Tassi fermi, Lagarde lascia: stretta possibile a dicembre
La presidente della Bce annuncia l’addio alla poltrona dal 7 febbraio 2027. I tassi di interesse restano invariati: la stretta monetaria, se inevitabile, forse potrebbe essere prima di Natale

La Presidente Lagarde lascerà la BCE. L’ha detto in concomitanza agli annunci sui tassi del Comitato Direttivo di Eurotower. A garanzia di continuità istituzionale, lo farà il 7 febbraio 2027. Ovvero, a parte l’attuale, dopo altre tre riunioni di politica monetaria. L’ultima sarà il 4 febbraio 2027. La notizia, data la situazione a Parigi, è tutto fuorché inaspettata.
Tant’è che è possibile che la Lagarde, dismesso il ruolo di Banchiere Centrale, in Francia attraverserà il nebbioso confine tra moneta e politica. Ora, tornando alle decisioni del Comitato Direttivo di BCE, le aspettative sono state confermate: i tassi di interesse restano invariati. Poiché questo di fine ottobre è il penultimo appuntamento per decidere su inflazione e tassi (l’ultimo sarà il 17 dicembre), allora la stretta monetaria, se inevitabile, forse potrebbe essere prima di Natale. Al momento, la posizione di BCE è il classico: siedi e aspetta.
È una linea di politica monetaria da tempo immutata nonostante i ritocchi all’insù dei tassi di giugno e settembre. Di fatto prudentissimi; addirittura sotto il tasso d’inflazione stimato dalla stessa Eurotower. Ne è un caso che così operi pure la Federal Reserve (FED) degli USA. Infatti, il giorno prima ha lasciato fermi i tassi. Tant’è che l’economista Lavorgna, già funzionario nell’Amministrazione Trump, ha chiosato: “La Fed non vuole dare un pugno nell’occhio alla Casa Bianca sei giorni prima di un’elezione”. Ma c’è di più. Il fatto è che FED e BCE sono accomunate dalla medesima filosofia economica.
Come espresso costantemente nei recenti comunicati stampa di Eurotower, è un approccio da “specchietto retrovisore”, basato sui dati già rilevati. Di conseguenza, le decisioni sono prese solo prendendo atto della situazione. È la filosofia pure di Warsh, il nuovo Presidente di FED. Per questi il Banchiere Centrale deve parlare poco coi mercati. È la “politica del silenzio” contrapposta alla “politica degli annunci”. In sintesi, meno parole e più spazio all’auto-orientamento dei mercati. Qui la FED, ora con Warsh, e la BCE hanno una diversa visione di politica monetaria rispetto a quella dei recenti Nobel per l’economia.
Per la quale l’Autorità Monetaria deve guidare il mercato. Lo scopo è di dare chiare aspettative antinflattive per evitare di innescare la corsa dei prezzi. Forse, ma è solo un’ipotesi, l’attuale l’inflazione da geopolitica corrobora le tesi di BCE e FED di mettere tra parentesi la “guida per aspettative” della politica monetaria. Nondimeno, a parte le divergenze teoriche, per FED e BCE l’inflazione resta il nemico da battere. Pertanto, si operi per aspettative o per dati, se inflazione permarrà elevata sarà probabile una stretta a dicembre in USA e Europa.
Salvo che, come mostrano le tensioni sui titoli francesi ma pure statunitensi, siano i mercati stessi a stringere sui tassi. Così farebbero il lavoro delle Autorità Monetarie, risparmiando loro il costo politico della stretta. Un’ipotesi gradita a Francoforte; ma pure a Washington.
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