Ai violenti non importa nulla della scuola
Più che fondata protesta dei ragazzi, ma va condannata ogni deriva di violenza; va anche detto che chi l’ha inscenata a volto coperto, lo fa sempre e comunque in ogni vertenza. E nulla ha a che spartire con quella rabbia dei giovani alimentata da una sistematica mancanza di ascolto che viene da lontano

4 in pagella. Invertendo per una volta i ruoli, sono gli studenti che scendono in piazza a dare i voti alla scuola; e sono voti da bocciatura piena, in tutte le materie: dalla didattica ai programmi, dall’edilizia ai trasporti. Sono anni che le cronache registrano emergenze seriali, che rimangono non risolte. A cominciare dalle strutture: sei edifici su dieci sono privi del certificato di agibilità, e uno su due è stato costruito prima del 1976, anno in cui sono entrate in vigore le norme sugli standard edilizi.
Con ricadute anche in senso letterale: basti ricordare in Veneto il caso della primaria Savio di Vigodarzere, nel Padovano, con il cedimento nel giugno scorso del controsoffitto dell’atrio; e in Friuli Venezia Giulia quello della succursale del liceo Petrarca di Trieste con il crollo nel dicembre 2024 di una porzione del soffitto durante una lezione, ferendo una studentessa.
Ma è la scuola italiana intera che cade a pezzi, a dispetto di ben sei riforme introdotte in meno di vent’anni, tra il 1997 e il 2015, recanti le firme di Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini, Profumo-Carrozza, Giannini, espressione di governi di ogni colore politico; per non parlare delle misure a raffica sparate dall’attuale ministro Valditara.
A questa alluvione di carta ha corrisposto un esiziale degrado della condizione di chi studia: violando la Costituzione, che all’articolo 34 sancisce il diritto allo studio, l'obbligo e la gratuità dell'istruzione inferiore, e l'accesso ai gradi più alti degli studi per i meritevoli privi di mezzi. Sono principi la cui attuazione è compromessa da diversi fattori, a partire da quello finanziario: per l’istruzione pre universitaria, l’Italia è all’ultimo posto in Europa, con l’8 per cento della spesa pubblica; quella per studente ci vede al terzultimo posto; la legge di bilancio 2025 prevede il taglio di oltre 5mila posti di docente e più di 2mila di personale non docente.
La più che fondata protesta dei ragazzi ha trovato pochi mesi fa l’autorevole sostegno della Corte dei Conti, che ha segnalato come l’Italia continui a considerare la scuola come un capitolo di spesa da ridimensionare piuttosto che come una leva per la crescita, con tagli lineari che hanno eroso le fondamenta stessa dell’offerta formativa.
Per la Corte, è essenziale che venga tutelato il futuro del Paese attraverso una scuola solida e ben finanziata. Non è quello che venerdì scorso hanno chiesto gli studenti in piazza, e che continueranno a chiedere? Va condannata senza la minima riserva ogni deriva di violenza; ma va anche detto con chiarezza che chi l’ha inscenata a volto coperto, lo fa sempre e comunque in ogni vertenza: della scuola, nulla gli importa. E nulla ha a che spartire con quella rabbia dei giovani alimentata – è bene ricordarlo - da una sistematica mancanza di ascolto che viene da lontano.
Gli studenti di oggi sono gli italiani di domani: se non si investe su di loro, non si investe sul futuro dell’Italia. E si nega alla scuola quel ruolo fondamentale che Pietro Calamandrei proponeva nello stendere la Costituzione: trasformare i sudditi in cittadini. Ammenoché sudditi non si preferisca mantenerli a vita.
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