Una nuova rotta o non basterà cambiare Capitano
L'elettorato del Nord dimezzato e il trend in calo nei sondaggi impongono una svolta radicale. Ma all'interno del partito nessuno sembra disposto a rischiare l'alternativa

La quiete dopo la tempesta. A dispetto dei rulli di tamburo della vigilia, e al netto di qualche sporadica contestazione ieri sul campo, la Pontida leghista 2026 si è consumata all’insegna di un consolatorio “vogliamoci bene”, nello stile delle puntate precedenti: sia pure un po’ forzato, considerando che a incentivare le presenze ha concorso l’“all inclusive” per i militanti del sud.
D’altra parte, come toccano con mano i partiti di qualsiasi colore, il consenso delle piazze è ben diverso da quello delle urne. Sotto questo profilo, Salvini per primo sa bene che la tempesta (interna) è passata, ma tornerà; e che è limitata a domenica 20 settembre la conferma dei versi del “Giuramento di Pontida” scritti due secoli fa da Giovanni Berchet, “Oh spettacol di gioia, i lombardi / son concordi serrati a una lega”. E questo perché in vista del prossimo riscontro elettorale incombe la cruda realtà dei numeri.
Nei due ultimi test, politiche 2022 ed europee 2024, la Lega è rimasta sotto il 9 per cento; nel secondo caso nonostante la robusta iniezione di consensi del generale Vannacci, quando ancora gli faceva comodo farsi dare un passaggio. Oggi, la media dei sondaggi relega il partito al 5,6 per cento. Questo trend di consensi è in larga misura la conseguenza del cambiamento genetico operato da Salvini in assoluta autodeterminazione, senza l’avallo di un congresso: spostando la Lega da centrodestra a destra, da regionalista a nazionalista.
La ricaduta si è riverberata non solo nel calo dei consensi, ma anche nella loro composizione: come segnala il politologo Roberto D’Alimonte, l’incidenza dell’elettorato nordista è scesa dal 90 al 50 per cento. Il partito ha conosciuto una serie di sconfitte o comunque di arretramenti in una quantità di Regioni e Comuni; ha vinto solo in Veneto, dove peraltro ha adottato strategie, metodi e linguaggi esattamente opposti a quelli del segretario.
È di tutta evidenza che per tornare a essere competitivo, il partito deve darsi una svolta radicale: il problema è come e con chi. Non succederà certo con il congresso straordinario annunciato domenica dal segretario per ottobre, verosimilmente gestito con un copione scritto in anticipo a tavolino.
Il fatto è che Salvini guida la Lega dal dicembre 2013, e nessuna delle sue scelte di fondo è mai stata apertamente contestata nei consigli federali; neppure da chi oggi chiede una correzione di rotta, governatori ed ex in testa. Tutt’oggi al malumore diffuso non corrisponde una figura in grado o comunque disposta ad assumersi il rischio di gestire un’alternativa.
Su questo piano Salvini è risultato vincitore assoluto della tenzone interna. Ma questo limite rappresenta una minaccia vitale per la Lega: perché nell’elettorato cresce una componente sempre più robusta di persone che devono misurarsi con le urticanti sfide della vita quotidiana, senza trovare risposte adeguate nel vecchio sistema dei partiti; e si spostano o su una massiccia astensione, o su un voto di rabbiosa quanto sterile protesta, alla Vannacci.
Non solo per la Lega ma soprattutto per la Lega, il tema vero è riuscire a dare risposte ai bisogni della gente che ha bisogno, per dirla con Luciano Violante. Altrimenti, non basterà sostituire Salvini per sottrarsi a un mesto quanto inesorabile ammaina-bandiera.
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