Il nuovo corso tedesco in cerca di una guida

Guerre, Covid, inflazione: tanti europei scelgono i nazionalismi perchè insoddisfatti dal modo in cui i governi hanno reagito alle crisi. Ma la destra estrema soffre i rivali sui piani concreti

Marco ZatterinMarco Zatterin
Kristin Brinker (a sinistra), capolista di AfD per le elezioni della Camera dei Deputati di Berlino del 2026, e Alice Weidel, co-presidente del partito
Kristin Brinker (a sinistra), capolista di AfD per le elezioni della Camera dei Deputati di Berlino del 2026, e Alice Weidel, co-presidente del partito

Non potranno dire di non averli visti arrivare. In un discorso tenuto a Kiel il 3 ottobre 2019, Angela Merkel ammise che meno della metà dei tedeschi orientali era contento della democrazia in Germania e che, se l’unità statale poteva dirsi compiuta, non lo era quella dei suoi cittadini.

Poi ci sono stati il Covid, l’Ucraina, Trump e lo sconquasso multilaterale, Gaza, la frenata del Pil e dell’industria, le estati torride e le bollette post Iran, una lunga e difficile stagione in cui una parte rilevante degli europei ha scelto nazionalismi e estremismi per rispondere alla rabbia crescente per il modo (insoddisfacente) con cui la politica tradizionale ha gestito le crisi.

Nella Repubblica Federale questo ha portato alla diffusione massiccia di un partito xenofobo e filorusso (AfD) e all’arretramento dei vecchi manovratori, i democristiani e i socialdemocratici. Ora il cancelliere Friedrich Merz, leader Cdu ai minimi, deve scegliere se tirare avanti sognando una riscossa forse impossibile prima del voto del 2029, o valutare se un altro leader potrà salvare esecutivo e partito.

L’opzione è tra un tuffo in un pozzo di serpenti e un salto in un buio pesto. Due settimane fa la vittoria di Alternative für Deutschland in Sassonia Anhalt ha beatificato la furia dell’Est, terra dove l’unificazione è considerata un fallimento favorito dall’Europa. L’ultradestra non ha vere ricette, eppure la società pensa ad altro, anche se non tutta, come testimoniano i risultati dei due Laender che hanno votato ieri.

Perché a Berlino, con la candidata “turca” Elif Eralp, ha trionfato la ex comunista Linke che promette case anche a costo di espropriare i colossi immobiliari. E nel Maclemburgo Pomerania sono volati in rimonta i socialisti di Manu Schwesig, che parlano di energia e lavoro, e la Cdu è crollata. AfD fa festa sul Baltico, ma non a sufficienza. Entrambe le regioni potrebbero avere coalizioni di sinistra. Ci sono molti motivi, ma uno è la sostanza. Merz non getta la spugna e assicura che il suo programma di rilancio non cambia.

È una mossa che somiglia a una corsa in autostrada coi freni rotti, deflagrante per un continente in cui, l’anno prossimo, potrebbero svoltare a destra Parigi e Madrid. Le chance che il 2027 riscriva la geografia politica del nostro mondo sono alte. Il cambiamento appare inevitabile, si gioca solo il chi dovrà condurlo. Mentre in Italia si immaginano quote per “gli stranieri” a scuola, nella capitale tedesca trionfa Elif Eralp, figlia di migranti in fuga da Istanbul dopo il golpe del 1980, e potrebbe diventare sindaco. Vuole case e salari migliori, e come Manu Schwesig si è focalizzata sull’economia.

Due donne, guarda che bel caso, e due Laender che suggeriscono molteplici lezioni, compresa quella secondo cui è letale lo star fermi nelle trasformazioni impetuose. La destra nazionalista soffre i rivali dai piani concreti. Succede ovunque. Le parole possono soccombere davanti ai fatti. L’immobilismo porta allo sbaraglio. Non ci sono formule magiche. Ma il messaggio della città-stato Berlino è che chi offre concretezza agli elettori, e alimenta la convinzione che un domani migliore sia ancora possibile, ha più opportunità di chi scambia il futuro col passato e si trincera a sparare slogan.

 

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