Salvini alla prova di Pontida, la tregua armata con il Nord fra tattica e sfida a Vannacci
Il raduno della Lega diventa un passaggio delicato per Salvini, tra tensioni con i governatori del Nord, la sfida politica con Vannacci e il futuro della leadership del partito

La tregua armata con i governatori del Nord, convinti obtorto collo ad accettare una photo opportunity tutti insieme anche se non appassionatamente; i pullman dimezzati, da 200 a 100 di quest’anno; le truppe trasportate dal Sud; l’invito a indossare la maglia “io sto con Salvini”, a rimembrare i tempi andati.
Se queste immagini non rendono l’idea di quanto l’esame di Pontida debba essere scavallato senza lasciare sul pratone morti e feriti, allora forse ci riesce la battuta non smentita attribuita al Capitano: quel “siamo sicuri che non ci saranno contestazioni?”, rivolta ai big della fronda in subbuglio.
Certo, la paura c’è, le scritte sui muri e sull’asfalto, “Salvini traditore, ridacci la Lega” e gli slogan “Ponte = Mafia”, apparse ieri mattina a Pontida non possono che amplificarla, ma la sfrontatezza di uno “g’hai i ball”, come dicono i conterranei milanesi, non fa difetto a Salvini. Le proteste e i sondaggi da mesi in caduta libera non sembrano impietrire più di tanto il segretario, che a dispetto di tutto continua a combattere la sua battaglia.
Magari la guerra sarà dura da vincere, magari il Carroccio non risalirà la china, ma se la strategia di lungo corso non è il suo forte, la tattica non gli difetta e la voglia di combattere ancora meno. E tanto è che ha saputo ridurre sostanzialmente al silenzio i cosiddetti ribelli del Nord, salvo l’ eccezione agostana di Romeo e Fontana. Ma i governatori se ne sono rimasti zitti dinanzi al segretario nei vari confronti succedutisi a più riprese.
L’arma del governo
Per questo Matteo Salvini ha da giorni messo in atto un’azione-reazione a tutto campo: usando la leva del governo per intestarsi il taglio al bollo auto, precipitandosi a via Nomentana per farsi riprendere dal suo cameraman davanti all’insegna del “suo” ministero dei Trasporti e rivendicare che “Zac, promessa mantenuta, via il bollo”. Come a dire, è merito mio, ragazzi, tenetelo a mente.
Per questo ha fatto dire al fedelissimo Claudio Durigon come verrà realizzata l’altra promessa di mandare in pensione a 64 e non a 67 anni chi voglia farlo (pur rinunciando ad una fetta di assegno). Una chimera per molti ma non per tutti, grazie al Carroccio!
Per questo ha costretto Meloni a dire (senza esserne convinta) che si voterà tra un anno e non in primavera. Il tempo che serve a Calderoli per salvare quel poco di Autonomia regionale che rimane dopo la scure della Consulta. E per questo Matteo ha spedito un suo giovane sodale in Sassonia-Anhalt a “vedere di persona” perché l’AfD ha stracciato ogni previsione sbancando le urne, quali sono le vere ragioni.
Il match con Vannacci
Sullo sfondo, il convitato di pietra è sempre lui, il generale, che a Matteo contende un posto al sole a fianco di Giorgia, la quale però non lo vuole vedere (per ora) al tavolo del governo. Quel Vannacci a cui Salvini contende la primazia nella battaglia agli immigrati, tanto da intitolare la sua prima Pontida dopo la morte di Bossi, “Non passa lo straniero”.
Una sfida diretta per un match a due, da cui Meloni sembra esclusa pur non essendolo, un match che Vannacci ha portato agli estremi organizzando la sua anti-Pontida a Orvieto, tronfio dei trionfi sul terreno nuovo della politica politicante. Ma il capo leghista deve usare le armi che ha e soprattutto deve sperare che oggi non si levino cori e urla contro di lui dal sacro pratone, come forse si augurano molti dei big leghisti.
L’incognita
E se attraversare il cerchio di fuoco sul pratone gli lascerà cicatrici e bruciature, subito lo sguardo correrà al dopo: servirà la tregua armata a costruire una pace duratura? E dopo aver mantenuto un paio di promesse ai suoi elettori, Salvini vorrà mantenere quelle fatte ai governatori?
Accetterà una Lega federalista con tre associazioni al suo interno, di nord, centro e sud, per dare voce ai territori? Ingoierà il rospo di una gestione collegiale, rinnoverà la governance del partito facendovi entrare i ribelli? Come prevede un politologo di vaglia, Roberto D’Alimonte, «Pontida è un passaggio delicato, ma è difficile che passi da lì il cambiamento della leadership e della linea politica». Tant’è che finora Salvini ha saputo mantenere saldamente in mano sua il timone del partito.
Redde rationem
Ma poi, se pure Salvini dovesse accettare il frazionamento della governance, questa associazione del nord riuscirà a rappresentare le istanze delle regioni (ben illustrate a Pontida dal presidente Stefani)?
Il sistema produttivo dei territori più operosi del paese (aziende, partite Iva, agricoltori, artigiani) si sentirà più rappresentato nel governo di cui Salvini e Giorgetti fanno parte? Troverà delle risposte alle sue esigenze nella legge di bilancio in via di scrittura?
Insomma, tutta questa lunga a travagliata querelle tra il segretario che difende il partito nazional-sovranista e i governatori che lo vogliono riportare con i piedi nelle terre d’origine, avrà uno sbocco utile per qualche categoria del nord? O tutto si ridurrà ad un braccio di ferro sterile, utile solo a gestire il consenso personale dei suoi protagonisti? E il redde rationem vero sarà allora all’apertura delle urne delle Politiche?
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