Meloni punta a vincere o almeno a non perdere
Tra mosse a sorpresa come il taglio del bollo auto e l'incognita della nuova legge elettorale, la Premier punta alla riconferma ma pianifica la ripartenza in caso di sconfitta

Se qualcuno s’illudeva che Giorgia Meloni fosse già rassegnata alla sconfitta, le mosse dell’ultima settimana confermano invece l’intenzione di lottare fino all’ultimo centimetro della campagna elettorale. Questo non significa, però, che la Presidente del Consiglio non abbia messo in conto la possibilità di perdere. Ma ha deciso di farlo comunque, nel caso, a modo suo.
Ha fatto rumore, soprattutto, la notizia del taglio al bollo auto. Un tutto-per-tutto à la Berlusconi. Il Berlusconi delle grandi rimonte. Il leader che punta tutto su se stesso. Segno che Meloni è in difficoltà, certo. Ma anche che Meloni ci crede. Crede ancora nella consacrazione finale: visto che si tratterebbe, in quel caso, della prima leader capace di riconfermarsi, di vincere da premier uscente. Anche per questo ritiene praticabile, e auspicabile, una anticipazione del voto: in primavera, forse prima.
Rimane, naturalmente, la possibilità di non farcela. Tanto più se, come ad oggi sembrerebbe, non verrà siglato un patto con Futuro Nazionale di Vannacci.
Al netto di ogni valutazione di omogeneità interna agli schieramenti, la mera contabilità elettorale dice che, in questo momento, l’area del campo largo supera quella del centro-destra. E supererebbe la soglia del 42% necessaria ad ottenere il premio di maggioranza previsto dalla nuova legge elettorale. La cui approvazione accelererà comunque il percorso verso le urne. Per non parlare dell’eventuale bocciatura, nel voto segreto alla Camera…
Rispetto alla legge Rosato – quella con cui abbiamo votato nel 2022 – la nuova legge riduce ma non annulla le probabilità di pareggio. È lo scenario che cozza maggiormente con la narrazione maggioritaria dell’attuale governo e con il modello, a lungo inseguito, del premierato.
Di fronte a un parlamento bloccato, una Meloni sconfitta (a metà), ma magari ancora leader del primo partito italiano, potrebbe invocare nuove elezioni: un “secondo turno” di fatto, in assenza del ballottaggio che FdI aveva cercato di introdurre in extremis. O lasciare agli “altri” l’onere di trovare una (grande) alleanza. Uno spartito ben noto a una leader che ha conosciuto il proprio boom ai tempi dell’esecutivo Draghi.
Se invece a spuntarla fosse la coalizione avversaria, la scelta sarebbe obbligata. Accomodarsi all’opposizione. Fare la leader dell’opposizione. Scaricare le colpe della sconfitta sulle divisioni del campo largo di centro-destra – per intenderci, l’area che va da Lupi a Vannacci. Puntare sulle contraddizioni che attraversano il campo avversario, sperando che la traversata del deserto non duri cinque anni. Non semplice, ai tempi delle leadership usa-e-getta. Non semplice, considerata l’incognita della concorrenza da destra dell’ex-generale. Ma nemmeno impossibile, se Meloni, pur fallendo la rimonta, riuscisse a “perdere bene”. E a trasformare la sconfitta nella piattaforma per la ripartenza.
Piccolo inciso finale: speriamo almeno, qualunque sia il risultato, di evitarci sospetti di brogli ed elezioni rubate.
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