A Pontida i dissidenti del Nord spiazzati: nessun fischio, Salvini vince la giornata
L’annuncio a sorpresa alla fine del comizio, nessuno era informato. Il segretario: «Vediamo se ho ancora la fiducia della mia famiglia». Zaia dal palco: «Noi liberali, non liberticidi»

La mossa che non ti aspetti dal palco di Pontida. «Domani proporrò al consiglio federale della Lega di convocare un congresso straordinario a ottobre, per decidere insieme e marciare compatti: voglio sapere se ho ancora la fiducia della mia famiglia politica e lo chiederò per alzata di mano, sono disposto a offrire la mia vita per i miei figli e per voi»: parole e pathos di Matteo Salvini, che all’ultimo respiro rianima un raduno fin lì anestetizzato da ritornelli plebiscitari e timide obiezioni dei rivali.
Un colpo di scena che coglie di sorpresa i dissidenti del Nord e strappa cinque minuti di applausi al pratone, ristretto e discretamente affollato: in prima fila, en passant, una solitaria bandiera di San Marco sventola nel mare di vessilli lombardi, striscioni militanti di Lazio, Campania e Sicilia benedetti dal vice Claudio Durigon, stelle azzurre di Davide.
«Si vince uniti e il movimento sarà più unito che mai», assicura il segretario, lesto peraltro a fustigare vecchi e nuovi oppositori: «La Lega non ha padroni e tantomeno è in vendita, non darò il microfono a chi ogni giorno ci attacca e ci infama, certa gente senza dignità non può avere parola dove c’è l’Alberto da Giussano». Quanto alle critiche interne, «la prima voce fuori posto non farà un torto a me ma danneggerà il lavoro dei militanti in tutta Italia e dovrà spiegare a tutti voi perché continua a fare regali alla sinistra». Opzione congressuale, allora: oggi, salvo sorprese, nella riunione prevista alle 15 in via Bellerio a Milano, i consiglieri federali (in larga maggioranza salviniani) accoglieranno la proposta, pur ribadendo, magari attraverso una mozione, la piena fiducia nel capo. Le regole statutarie prevedono che a scegliere il nuovo leader siano gli stessi delegati che il 6 aprile dell’anno scorso hanno eletto per acclamazione Salvini, una circostanza non propriamente favorevole agli eventuali concorrenti.
Invettive ai media
Tant’è. Scagliate le invettive di rito ai giornalisti sgraditi («Servi di regime, vergognatevi»), il Matteo del Carroccio indossa la veste di vicepremier e anticipa la campagna governativa d’autunno. Sicurezza: «Serve più coraggio e bisogna correre, vi chiedo il mandato per portare al tavolo degli alleati la richiesta di 10 mila militari addestrati e armati a portare sicurezza nelle nostre città. Non uno di meno»: Matteo al Viminale-Matteo al Viminale, il coro di risposta. Il welfare: «Abolire subito l’infame legge Fornero, vogliamo in manovra la quota 64, l’estensione della flat tax ad artigiani e autonomi, e un contributo miliardario dalle banche». La politica estera: «Il pericolo non è l’invasione dei carri armati sovietici ma il fanatismo islamico, basta con le moschee, il burqa e il velo islamico, liberiamo le donne dalla sottomissione. In Italia e in Europa la sinistra è complice di questi fanatici, cerca nuovi elettori e nuovi schiavi». Un concetto rappresentato in forma plastica dall’europarlamentare Anna Maria Cisint, approdata sul palcoscenico in compagnia di quattro figure avvolte in burqa: al grido Libertà! Libertà!, le ragazze strappano il detestato indumento rivelando forme e abbigliamento estivi apprezzati dalla platea.
Il discorso di Zaia
E i fatidici ribelli? Di buon mattino, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana, Maurizio Fugatti attraversano in compagnia il pratone e ignari della novità dietro l’angolo, replicano in toni concilianti ai cronisti. «Sono qui per ricordare l’opera di Umberto Bossi», l’intervento del presidente dell’assemblea regionale del Veneto «resto convinto che la Lega sia nata per dare voce a chi non ce l’ha, che non sia di destra né di sinistra, che sia un partito liberale, non liberticida, destinato a combattere la grande battaglia dell’autonomia e del federalismo»; «Ringrazio perché mi è stata data la possibilità di salutarci», l’accenno personale dell’unico ex tra i governatori in carica «quando mi chiedono come va il partito alla luce dei sondaggi, io dico che ne ho viste di meglio e di peggio. Le divergenze, il cambio della guardia? Un segretario ce l’abbiamo già e la questione non è all’ordine del giorno ma in una forza popolare e democratica la discussione è fisiologica ma il leghismo non muore, si evolve, oggi però serve un progetto dedicato alla questione settentrionale, se la locomotiva si blocca, questo Paese va a finire male».
Un richiamo, quello al pragmatismo civico e amministrativo, condiviso dal trentino Fugatti, mentre Giancarlo Giorgetti, il ministro dell’economia in odore di fronda, porge il ramoscello d’olivo («I nemici non stanno dentro la Lega ma fuori e sono più raffinati, magari non si vedono») e il lombardo Attilio Fontana ribadisce le ragioni del dissenso: «Quando sento i discorsi centralisti non sto zitto, io voglio il federalismo e continuerò ad aprire bocca e a ribellarmi alle scelte conservatrici».
Alle spalle degli oratori, lo slogan che ricorda la linea del Piave – “Non passa lo straniero” – nel cielo, lo striscione di un piccolo velivolo che volteggia e sprona all’ottimismo: “Andiamo a vincere con il Capitano”. Niente fischi e neppure contestazioni. Salvini, decisamente raggiante, regala selfie e autografi. È il vincitore di giornata. Chissà come finirà alle urne, mormora un veterano con la maglietta del Leon.
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