Le élite pagano il tradimento del potere

L'alleanza con il capitalismo tecnologico e la finanza smaschera la narrazione dei paladini del popolo, riaprendo il confronto sulla legge delle oligarchie di Michels

Massimiliano PanarariMassimiliano Panarari
Donald Trump
Donald Trump

Non esistono pasti gratis, diceva Milton Friedman. Una considerazione che vale anche per la politica, per esempio quando i “tribuni del popolo” si accomodano nel palazzo e, in tal modo, la logica anti sistema si fa sistema. Nel corso delle campagne elettorali i leader neopopulisti mostrano una considerevole (e spesso vincente) capacità comunicativa nell’accreditare la propria eccezionalità rispetto ai competitor.

Ma se la retorica propagandistica dei campioni senza macchia delle “ragioni del popolo” funziona molto bene per sedurre interi settori delle attuali opinioni pubbliche frammentate e polarizzate, alla prova dei fatti sta cominciando a mostrare qualche smagliatura.

E fatica oramai a resistere all’usura del potere, palesando una dinamica con la quale si possono provare a spiegare vari risultati elettorali di quest’ultimo periodo, dalla sconfitta di Orbán alla maggioranza assoluta conquistata dalla Lista studentesca in Serbia sino all’«onda blu» anti-trumpista del voto di mid-term, passando anche per il ridimensionamento di Netanyahu.

Si tratta di una nuova “rivolta contro le élites”, a cui va ascritto anche il clima di contestazione diffusa nelle piazze di Francia, Spagna e Italia, con la peculiarità dei casi precedenti che mostrano il cortocircuito, una volta arrivati al governo, di vari partiti che si presentavano come anti-establishment.

I neopopulisti della prima ora, varcata la soglia delle istituzioni, si sono fatti a loro volta establishment e appaiono per certi versi come élites. Di recente, è apparso sempre più evidente a tanti che i populisti presenti nelle stanze dei bottoni hanno stretto un’alleanza strutturale con l’oligarchia finanziaria e, soprattutto, con i baroni del capitalismo high-tech, dismettendo la carica palingenetica di cui si proclamavano portatori. E alcuni osservatori, come Giovanni Orsina, sostengono infatti che proprio la “rivoluzione incompiuta” e la narrazione tradita del rovesciamento sovversivo del sistema costituiscono ulteriori ragioni centrali per spiegare quanto avvenuto in queste elezioni americane di medio termine.

Le promesse di moralizzazione – proprio quelle alla base delle variegate retoriche anti-establishment – si sono infrante di fronte all’emersione di appetiti di potere, clientele e corruzione (anch’esse piuttosto prevedibili e “fisiologicamente” scontate). Tanto che potremmo parlare dell’ennesima conferma empirica della bontà della “ferrea legge dell’oligarchia” (effettivamente quasi una legge scientifica) formulata da Robert Michels all’inizio degli anni Dieci del Novecento. La reazione nelle urne non va tuttavia intesa come un ritorno all’ordinamento precedente delle democrazie liberali, messe pesantemente sotto accusa e sotto stress giustappunto dai populismi.

Nella battuta d’arresto di queste élites si può quindi leggere l’intreccio di aspetti differenti, tra i quali anche la presenza di ulteriori, e deluse, spinte populiste. Così è stato per quel (giustificato) populismo economico, abbracciato dai dem statunitensi, che ha tolto voti ai repubblicani anche all’interno di porzioni di elettorato conservatore preoccupato per il carovita e per il proprio impoverimento.

Rimane dunque aperto l’interrogativo sul futuro, ovvero se sia divenuto impossibile fuoriuscire dall’orizzonte di culture politiche tutte, con gradi diversi, di tipo populista. Ma al momento è certo che i progressisti europei, se vogliono vincere, devono evitare qualsiasi trionfalismo e sforzarsi di dare rappresentanza alle domande sociali ed economiche tanto di chi oggi è più debole quanto di chi si sente tale.

 

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