Le differenze sull’Iran tra l’Unione europea e gli Usa

Bruxelles ha preso una decisione storica e simbolica inserendo le Guardie della rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche

Valentine LomelliniValentine Lomellini
Ursula von der Leyen (foto Epa)
Ursula von der Leyen (foto Epa)

La decisione politica di inserire le Guardie della rivoluzione iraniana (anche note come pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea marca ancora una volta la distanza tra la politica estera del Vecchio continente e quella degli Stati Uniti.

Le diffuse proteste emerse in Iran nel corso delle ultime settimane hanno fatto (e fanno) sperare a molti che finalmente il duro regime che opprime la popolazione iraniana possa incontrare la propria fine dopo quasi cinquant’anni di potere. Il pugno duro del governo, però, non sembra mollare la presa: il regime ha bloccato internet, arrestato migliaia di presunti colpevoli, assassinato un numero imprecisato di manifestanti o di sospetti simpatizzanti con le proteste.

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Ursula von der Leyen (foto Epa)

Dati, immagini e testimonianze si contano sulle dita di una mano: la durissima censura impedisce al mondo di vedere cosa sta succedendo in uno dei Paesi chiave dell’area mediorientale.

Nella repressione, sono state proprio le Guardie della rivoluzione a giocare un ruolo fondamentale. Creati all’indomani della rivoluzione khomeinista che rovesciò lo Scià Reza Pahlavi nel 1979, sono un corpo speciale che risponde direttamente all’ayatollah. Le loro funzioni sono molteplici: muniti di ampie risorse finanziarie e di mezzi, i pasdaran fungono sia da polizia interna che vigila sul rispetto della rivoluzione, sia da corpo di addestramento per altri movimenti ideologicamente affini, sia – infine – da servizi segreti atti ad operazioni anche al di fuori del territorio iraniano.

Proprio alla luce del loro impegno nel reprimere nel sangue i moti di protesta, l’Unione europea ha preso una decisione storica e simbolica, che può avere anche degli effetti concreti. L’iscrizione a questa lista, infatti, comporta alcune pratiche restrizioni nei confronti dei soggetti indicati: dall’impedimento di viaggiare nei Paesi UE sino al congelamento dei finanziamenti, passando per lo sviluppo di una cooperazione poliziesca e giudiziaria contro l’organizzazione stessa.

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Ma, al di là degli aspetti pratici, l’inserimento nella lista sta a significare che l’Unione europea considera le azioni dei pasdaran come atti di terrorismo contro la popolazione iraniana: nelle previsioni specifiche del Consiglio europeo sono così definite quelle condotte che mirano ad intimidire gravemente una popolazione.

Qui l’Ue compie un salto concettuale. Seguendo tale definizione pensiamo ad un attentato attuato da un gruppo come l’Isis o Al Qaeda, pure inserite nella lista. Ma nel caso dell’Iran, parliamo di terrorismo condotto da un organo dello Stato contro la popolazione dello Stato medesimo.

Un salto concettuale che ha un sapore politico. A fronte della politica stop&go di Trump che annuncia prima interventi militari per poi cambiare versione il giorno dopo, l’Unione Europea ha preso una posizione di principio, chiara e netta: se è improbabile, nonché inutile e dannoso parlare di intervento militare, l’Ue ha il dovere di mettere in chiaro che la repressione politica non è accettabile. In Iran. E nemmeno altrove.

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