Tenuta sociale a rischio, il welfare va ripensato
Il report sull'invecchiamento della popolazione in Veneto e Fvg: entro la fine degli anni '20 a rischio il saldo tra occupati e pensionati. Allarme per sanità, RSA e non autosufficienza

Vecchi da morire. Un implacabile Covid demografico sta contagiando l’intero Paese, con punte urticanti in Veneto e Friuli Venezia Giulia. A fronte di 24 milioni di occupati, l’Italia registra già oggi 23 milioni di pensionati; se negli anni Ottanta il rapporto era di 3 a 1, nel 2050 (quindi dopodomani) scenderà a una devastante parità, 1 a 1. Il centro ricerche Cgia di Mestre ci ha appena segnalato che gli occupati veneti attualmente superano i pensionati di 350 mila unità, quelli friul-giuliani di 18 mila; ma già in due province nordestine, Belluno e Rovigo, il saldo è negativo. Sarà crisi per l’intera area alla fine degli anni Venti, quando altri 365 mila lavoratori tra le due regioni si ritireranno dall’attività.
È di traumatica evidenza l’impatto delle ricadute che questo tracollo dell’anagrafe comporta per l’economia ma anche per la tenuta sociale dell’intero Paese: dal lavoro al welfare. Negli ultimi trent’anni, la produttività è cresciuta a passo di tartaruga, con un incremento annuo medio dello 0,3 per cento, a fronte dell’1,5 dell’Unione europea: il calo delle nascite, ribattezzato dalla Fondazione Nordest come glaciazione demografica, renderà sempre più problematico trovare personale e ancor più competenze adeguati per un mercato del lavoro che già oggi soffre di suo. Sul piano del welfare, il combinato disposto tra sempre meno nati e sempre più anziani finirà per compromettere in modo irrimediabile la capacità dello Stato di continuare a garantire ai suoi cittadini i benefici assistenziali erogati fino ad ora.
Sarà un colpo letale soprattutto per il modello socio-sanitario e per quello pensionistico, quest’ultimo basato su un principio di solidarietà inter-generazionale: finora, sono stati i contributi di chi lavora a pagare le prestazioni di chi è in pensione. Nello scenario che si prospetta, il calo degli occupati riduce la base contributiva, mentre l’aumento della speranza di vita allunga il periodo dell’erogazione delle prestazioni. La ricaduta diventa ancor più traumatica se si considera che nella sfera della vecchiaia si va registrando una crescita sempre più accentuata dei grandi anziani, dagli 80 anni in su: con l’inevitabile riverbero su una crescente domanda di servizi per i non autosufficienti, vale a dire le persone non più in grado di essere autonome, e che richiedono un’assistenza continuativa. In Italia sono oltre 4 milioni, a Nord Est quasi 400 mila. A questo si aggiungono le cronicità, che nel Paese riguardano 24 milioni di abitanti, di cui 3 e mezzo a Nord Est.
Ce n’è quanto basta per chiedere a voce alta una drastica riforma del sistema complessivo della sanità e del welfare, che già soffrono di vistose carenze: basti pensare alla crisi delle Rsa, le residenze per anziani, che presentano chilometriche liste di attesa, e su cui grava il peso di rette sempre più insostenibili dalle famiglie; le quali già oggi sono costrette a pagare di tasca loro metà dei costi complessivi per l’assistenza. Trasformando la vecchiaia da un allungamento della vita a una condanna a vita.
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