L'economia tedesca dà segnali di tenuta: respira anche l'export del Nordest

I dati di Confartigianato e Confindustria sulla resilienza di Berlino: Fvg e Veneto in cima alla classifica nazionale per vendite sul Pil in Germania. Ma pesa l'incertezza geopolitica

Francesco MorosiniFrancesco Morosini

Il “paziente Germania” è vivo. Preoccupa, ma tiene. La notizia è importante per l’Italia. Il motivo è semplice: la Repubblica Federale Tedesca è il primo partner commerciale della Penisola. In particolare, ciò vale il Nordest dove Veneto e Friuli Venezia Giulia nell’export hanno una forte esposizione verso questo Paese. Precisamente, occupano il top della classifica nazionale (primo e terzo posto) del posizionamento regionale per vendite sul PIL nel mercato germanico. Che pare dare nuove speranze all’export nordestino.

Lo suggeriscono recenti dati di Confartigianato e Confindustria. Al momento però, nota quest’ultima, è “resilienza davanti al caos globale”. Comunque è positivo che l’economia del Nordest si mostri reattiva. Infatti, pur essendolo anche in aree extra UE (cantieristica, ad esempio), è attentissima ai segnali di vitalità della RFT. Centrale, data l’interconnessione delle filiere industriali creatasi per l’adesione all’euro, per la crescita del Belpaese. Però è presto per brindare a scampati pericoli.

Perché la Germania è in difficoltà per la fragilità della sua economia dinnanzi alle tempeste geopolitiche, dall’Ucraina al Medioriente. Che hanno evidenziato la sua dipendenza energetica e commerciale da sfidanti geopolitici del mondo euroatlantico. Quindi, la fiducia data al suo “modello di sviluppo”, portato all’apogeo dalla Merkel, ora appare eccessiva. Perché poggiava su una scommessa neo-kissingeriana- l’integrazione della Russia nel mercato euroatlantico – abbandonata.

Cui aggiungere, e questa è la sfida principale, un’idea tradizionale, cioè stile novecentesco, della crescita economica. Naturalmente sarebbe assurdo negare elementi di forte modernità industriale nella Repubblica Federale Tedesca. Ad esempio presenti in Baviera, area di Monaco. Nondimeno, come rileva nel suo libro il giornalista Munchau (significativamente titolato Kaput) la filosofia industriale del Paese è ancora troppo ancorata ai primati nella meccanica del ’900. Però, pur colpita, la Germania resta un gigante.

Pertanto, cosa che all’Italia interessa particolarmente, pare muoversi. Anche perché, approfittando della sua “salute” in ambito di finanza pubblica (e di una riforma di bilancio ai limiti dell’equilibrismo costituzionale), Berlino può dare uno “strappo” fiscale alla propria economia. Cui aggiungere in prospettiva gli incentivi del riarmo. Quindi, dopo la gelata, ci sono segnali positivi per l’economia della RFT. Per il vero, sono refoli di primavera in una stagione tuttora difficile.

Però i segnali di ripresa della Germania, pur deboli, ci sono. Riguardano la fiducia delle Imprese (indice IFO) e una variazione positiva del PIL (lo 0,3%) nel secondo trimestre del 2026. Poca cosa, ma vuol dire che si produce di più. Che, dall’Italia e dal suo Nordest, significa possibilità di export. Nondimeno è necessaria la prudenza. Perché la Germania, il motore dell’Eurozona, è geopoliticamente sovraesposto agli eventi. È un’ombra sul nostro export e, di conseguenza, sull’economia d’Italia e del suo Nordest.

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