L’egemonia culturale, la destra e il Colle: il nodo dell'imparzialità istituzionale

L'analisi sul pregiudizio ideologico verso la cultura conservatrice: dalla svolta di Fini a Meloni fino al ruolo del Presidente della Repubblica oltre i cliché del dopoguerra

Tommaso Tuppini

Non si capisce – chiede Giorgia Meloni – perché una persona di cultura conservatrice debba rinunciare a candidarsi al Quirinale. In realtà la risposta è semplice. Durante la guerra fredda il fattore K impediva alle forze d’ispirazione comunista (in tedesco “Kommunismus”) di governare.

Oggi, in Italia e altrove agisce il fattore F: qualunque storia politica o culturale estranea alla sinistra rischia di essere collegata con il fascismo, rendendo difficile a chi vi appartiene di raggiungere le massime cariche dello Stato. Non importa che sia un liberale, un liberista, un libertario, un conservatore o un futurista nazionale. Se il pedigree politico-intellettuale non sta fra il rosso e il rosa, allora ci sarà certamente qualcuno che lo vedrà nero, anche se magari si tratta di un bianco immacolato.

Ottant’anni dopo la loro disfatta, i fascismi europei proiettano ancora un’ombra di sospetto e colpa su tutto ciò che non è progressista. In Italia particolarmente lunga.

Segue dalla prima

L’egemonia culturale del Partito comunista nel dopoguerra ha mietuto vittime illustri tra gli intellettuali non conformi e lasciato profonde tracce nelle scuole e nelle università, come si vede ad esempio quando in un’aula si affronta il conflitto israelo-palestinese.

La disinvoltura con cui per decenni la vasta galassia della cultura di destra è stata liquidata in blocco come «fascista» spiega gran parte dello scandalo suscitato da una candidatura targata Meloni. Va detto che la destra ha fatto poco per reagire al cliché. A chi le intimava di “tornare nelle fogne”, ha risposto accettando la parte dei topi. Di fronte al disprezzo altrui, certi finiscono per diventare la caricatura di se stessi. Che il partito nato con la svolta centrista intrapresa coraggiosamente da Gianfranco Fini e continuata da Meloni - sia pure con una generazione di ritardo, all’epoca la giovane leader contestò la svolta di Fiuggi - sia ancora percepito come postfascista è un equivoco che la destra non sempre si è impegnata a dissipare.

La preclusione ideologica acquista una forza particolare quando entra in gioco la presidenza della Repubblica. Si pretende che l’eletto sia al di sopra delle parti. Il che è sacrosanto. Lo è meno il fatto di confondere l’imparzialità nell’esercizio delle funzioni con la neutralità delle convinzioni e della storia personale. Perché l’egemonia del Pci ha finito per produrre in tutti noi – tra le altre cose – un riflesso assai curioso: il progressista ci appare quasi neutrale, come se le sue idee fossero il risultato di un corretto funzionamento del cervello. Il conservatore, invece, è fazioso per definizione. Le opinioni del primo incarnano il buon senso, quelle del secondo sono discutibili in partenza.

Questa asimmetria rasenta il grottesco quando incontra il culto che in Italia circonda il presidente della Repubblica, culto che la debolezza e la polarizzazione della politica, unita allo smarrimento della società civile, hanno contribuito a rafforzare. Non saprei dire da che data esattamente. Forse da Sandro Pertini. Ogni dichiarazione del capo dello Stato, anche se non riguarda le prerogative costituzionali ma questioni storiche, culturali o morali, viene accolta con la deferenza riservata agli oracoli. Ora, il capo dello Stato ha sicuramente un ruolo di moral suasion nei confronti della politica e della società, non foss’altro perché per la Costituzione egli rappresenta l’unità nazionale. Ma questo non ne fa un interprete degli ideali che ogni cittadino perbene è tenuto a coltivare, ma piuttosto un intelligente farmacista degli equilibri politici, capace di dosare gli interventi, prevenire reazioni inaspettate e violente, trovando nuove formule quando il marchingegno parlamentare si inceppa, o se uno dei tre poteri dello Stato invade il campo di un altro. Perché dovrebbe essere inadatto a questo ruolo chi ha alle spalle una storia di stampo conservatore? Pensate, solo per fare un esempio, a un filosofo e politico come Marcello Pera. Per garantire la tenuta delle istituzioni non occorre aver avuto in tasca per tutta la vita il breviario delle idee «rispettabili».

Riproduzione riservata © il Nord Est