Sulle infrastrutture serve superare i campanilismi per agganciare l’Europa
Bisogna passare da Veneto e Friuli Venezia Giulia per connettere l’Italia. Il Nordest si trascina il problema delle incompiute per la cronica incapacità di fare squadra

Una gravosa zavorra condiziona da decenni il Nord Est: le infrastrutture mancanti. L’appuntamento di mercoledì a Padova promosso da gruppo Nem - che edita anche questo giornale - non vuol essere l’ennesimo capitolo di una inutile analisi-denuncia, ma la sollecitazione a girare pagina per mettere mano a un disegno strategico di respiro per il futuro, fatto di poche chiare priorità, e al tempo stesso a rimuovere gli esiziali ritardi che gravano su troppe opere in corso.
Tutto a partire da un confronto con Roma-Stato, anche duro se occorre, per reperire le risorse finanziarie necessarie per portare a compimento un disegno infrastrutturale utile non solo a Friuli Venezia Giulia e Veneto, ma in chiave italiana ed europea. Da queste regioni, infatti, occorre passare per connettere l’Italia all’Europa.
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Ma ogni pur doverosa forma di pressione verso i poteri centrali non può che passare attraverso una lucida analisi critica verso l’interno. Se il Nordest si trascina non da anni ma da decenni il peso di un’impressionante sequenza di grandi incompiute, lo deve in larga misura alla propria cronica incapacità di fare squadra.
Gli è venuta a mancare una “governance” territoriale basata sulla condivisione di obiettivi strategici da parte di una pluralità di decisori: principalmente politici o comunque del settore pubblico, ma anche soggetti privati, disponibili a incontrarsi su una visione intersettoriale degli interessi cui ispirare azioni comuni.
Troppo spesso ha prevalso un deteriore campanilismo, che ha frenato e/o stravolto progetti strategici. Il caso più eloquente è quello della Tav, tuttora al palo: per la quale si è voluto a suo tempo insistere per la moltiplicazione delle fermate, addirittura quattro (Verona, Vicenza, Padova, Venezia) in un centinaio di chilometri, contraddicendo la logica stessa di alta velocità. Per fare un esempio, da Parigi a Bruxelles si va in treno senza una sola sosta.
Di tanta insipienza abbiamo oggi l’evidenza nei cantieri che stanno sventrando Vicenza: l’attraversamento di questo nodo urbano ha di fatto rallentato per tre decenni l’intera tratta Torino-Trieste; e l’uscita verso Padova promette che per completare l’ultimo segmento veneto servirà ancora come minimo un decennio.
Per girare pagina, è indispensabile una rete di infrastrutture coerente con l’obiettivo di fare del Nordest un’autentica area metropolitana. Sulla carta, i requisiti ci sono, grazie alla presenza di realtà singole o associate (imprese, distretti, università, centri di ricerca, nodi finanziari), che dispongono di quei requisiti di eccellenza che caratterizzano le 35 realtà europee oggi classificate come metropolitane in base ai parametri dell’Ocse, e in cui contano fattori strategici come il capitale fisico e quello umano.
Per trasformarli in sistema, è indispensabile mettere mano a una serie di difficoltà operative rilevanti: come riuscire a superare le logiche burocratico-amministrative che si fermano ai confini geografici; come sviluppare forme cooperative tra territori appartenenti ad ambiti diversi; come raccordare tra loro le reti lunghe dei transiti con le reti corte dei luoghi; come ricondurre centri abitati (città e paesi) e centri della produzione (distretti e imprese) in una sintesi unitaria. Capace di restituire centralità al governo del territorio nel suo insieme.
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