Il rispetto che si deve alle istituzioni di tutti

I partiti tirano in ballo la Costituzione come strumento di arma politica, che inevece nel tritacarne della disputa dovrebbe rimanere un riferimento comune, nato, in seno all’Assemblea costituente, da un difficile compromesso

Fabio BordignonFabio Bordignon
Il palazzo del Quirinale
Il palazzo del Quirinale

Estrapoliamo, dal profluvio informativo dell’ultima settimana, le esternazioni di due figure di spicco della politica italiana. Vogliamo il Quirinale, dice – permettete la brutale parafrasi – la Presidente del Consiglio Meloni. Ci chiameremo Alleanza per la Costituzione, afferma l’ex-premier Conte, aspirante guida della coalizione-senza-nome. Cosa lega le dichiarazioni dei due leader? Entrambi parlano di “qualcosa” che dovrebbe essere di tutti. Rivendicandola per la propria parte.

Nulla di scandaloso, naturalmente. Parliamo, del resto, di leader di partito. E i partiti rappresentano, appunto, delle “parti”. Che spesso si danno il nome di un tutto. In Italia (e non solo) il principale partito di opposizione si chiama “democratico”: vuol dire che gli altri non lo sono?

Il principale partito di governo, FdI, ha fatto proprio uno dei simboli dell’unità del paese: l’inno di Mameli. Ma già Berlusconi, con la scelta di Forza Italia, s’era “preso” la nazione. E la nazionale. Ora tocca alla carta fondativa della Repubblica: la Costituzione, già da tempo, per la verità, fattore di divisione. Tra chi la ritiene immutabile e chi la giudica riformabile. È uno schema che conosciamo benissimo. Ha caratterizzato, da ultima, la recente campagna referendaria.

Legittimo, allora, che le opposizioni provino a fare di quella vittoria il proprio mito fondativo. Legittimo – e ci mancherebbe – appellarsi ai valori della Carta. Anche se questo significa trascinare (definitivamente) nel tritacarne della disputa politica quello che dovrebbe rimanere un riferimento comune, nato, in seno all’Assemblea costituente, da un difficile compromesso.

Altrettanto legittima è la posizione di Meloni, quando afferma che non è più “un tabù” un Presidente non-di-centrosinistra. La formula avrebbe come ideale complemento il centro-destra. Anche se Meloni sembra pensare soprattutto alla destra e, più precisamente, alla “sua” destra.

Anche in questo caso, nessuno scandalo, visto che la conventio ad excludendum nei confronti dei post-Msi è caduta da tempo: Meloni guida l’esecutivo, Ignazio La Russa è seconda carica dello Stato. Singolare, semmai, che un “interesse” così manifesto arrivi da chi quella istituzione intende ridimensionarla, attraverso riforme – anch’esse legittime – che riducano il rischio di governi “del Presidente”. Singolare perché, insieme alla prevedibile chiamata alle armi in vista del voto, tradisce la volontà di portare “quella storia” dove non è ancora arrivata. Di prendersi finalmente tutto.

Le istituzioni super partes – vale la pena sottolinearlo – non esistono. Non in assoluto. Gli italiani, ed esempio, giudicano lo Stato e le sue istituzioni in base a chi le occupa pro tempore. Persino l’attuale presidente della Repubblica, che gode di una fiducia molto elevata, piace di meno a chi vota a destra. Ma supera il 50% – ed è un dato altissimo – anche tra chi vota Lega o FdI.

Per evitare, allora, che il rapporto tra i cittadini e le istituzioni si eroda ulteriormente, e che le istituzioni di tutti diventino le istituzioni di nessuno, il profilo di chi si trova a servire lo Stato ha un suo peso. La storia politica personale, indubbiamente, conta. Conta da quale parte si venga. Conta di più, però, la capacità di dimenticarlo.

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