Dove “pesca” la demagogia del generale
Il generale intercetta anche una quota significativa di astensionisti e consensi nei ceti medio-bassi, con effetti politici rilevanti sugli equilibri del centrodestra

Quando dice di puntare ad un consenso a doppia cifra Roberto Vannacci non vaneggia e lo dimostra un approfondito sondaggio di Ipsos pubblicato dal Corriere della Sera. Da cui emergono diversi elementi, tre dei quali devono far riflettere le forze politiche, specie quelle che aspirano a governare un decennio.
Il primo fattore è appunto la capacità espansiva: Futuro Nazionale ha un potenziale di crescita doppio rispetto all’attuale 6 e passa per cento, con un margine di appeal anche sui ceti medio-alti e nelle città del centro sud, finora sfiorati dalla sua rapacità. Questo il trend certificato. Il secondo fattore sorprendente è che il generale risulti l’unico leader capace di far uscire da casa gli astensionisti, visto che il 34 per cento del suo bacino è costituito da chi non si è recato a votare alle europee del 2024. Perché? Questo è il terzo elemento importante: non tanto per ragioni identitarie o per gli slogan contro immigrati e gay, quanto per ragioni economiche: Vannacci infatti pesca in un bacino di ceti medio-bassi, ovvero tra operai e disoccupati, che vorrebbero qualche garanzia e un’àncora a cui aggrapparsi, evidentemente negate dal centrodestra in carica.
Quali promesse possano far presa è facile intuirlo guardando il programma di Futuro Nazionale, sbandierato alla Convention del 14 giugno a Roma. Sul fisco, il nervo più sensibile di tutti, il generale propone una “aliquota forfettaria unica del 15 per cento per le piccole e medie imprese. Se funziona per le partite Iva perché non dovrebbe funzionare per le Pmi?”.
E da chi vengono costituite le piccole e piccolissime imprese se non da operai e precari? Sul lavoro, non c’è solo il taglio dal 12 al 4 per cento della quota di migranti da ammettere, ma anche un rilancio del libretto di lavoro per i quattordicenni italiani. Se poi si aggiunge che il quadrante dove ha più consenso Fn è (finora) nei piccoli comuni del centro-nord, si vede come la Lega abbia un punto in più su cui ragionare. Ma si capisce anche perché nei ranghi di Fratelli d’Italia si registra da settimane un certo affanno: dopo aver spolpato ai fianchi il Carroccio, il “vampiro” Vannacci sta cannibalizzando il partito della premier, con numeri inquietanti per Meloni e i suoi fratelli. Se l’erosione della Lega sta rallentando, raddoppia quella di Fdi.
Sarebbe dunque forse più lungimirante, alla luce di tutto ciò, una concorrenza sul terreno delle riforme fiscali ed economiche più che una competition con Vannacci sui migranti da rimpatriare, sulla tolleranza zero e contro la perfida Europa. Anche da parte di una sinistra che non cava un ragno dal buco con il velleitario rilancio di una patrimoniale, senza dire cosa ne farebbe di quegli introiti.
Nel terreno della destra, la premier rivendica la riduzione dell’aliquota fiscale sui ceti medi, calata di soli 2 punti sui redditi da 28 a 50 mila euro, con un risparmio annuo di 440 euro; ma se per rispettare i canoni Ue non ha aumentato le pensioni ed ha abolito il reddito di cittadinanza, non è difficile capire perché un blocco sociale non abbiente e non più giovane guardi alla demagogia del generale e alle sue promesse difficilmente realizzabili come una speranza cui aggrapparsi.
Riproduzione riservata © il Nord Est



