Certe ricette aiutano i ricchi più dei poveri
L’auspicio è un progetto superiore che intervenga sulle reti, smussi gli spigoli del sistema Ets e lanci investimenti europei sostenuti con la cassa comune

L’economista che studia la crisi energetica e le sue ricadute si aggrappa alla saggezza odontoiatrica. «Se ti fa male un dente, lo devi cavare – dice –: è inutile riempirsi di analgesici, nascondono il solo dolore e non risolvono il problema». La metafora illustra il senso del messaggio del Fmi ai governi di casa Ue, ovvero l’invito ad affrontare il caro bollette «con sostegni mirati al reddito e non mantenendo artificialmente bassi i prezzi di benzina, gas e luce».
Così facendo, assicura Helge Berger, vicedirettore del Dipartimento europeo del Fondo, si attua una strategia «controproducente perché si favorisce una domanda di energia più alta di quello che sarebbe in realtà». In altre parole, si somministra un doping alla congiuntura senza affrontarne le reali debolezze. Non serve e, oltretutto, si ampliano le diseguaglianze, si brucia denaro pubblico e si aumentano i deficit, comportamento sciagurato.
La reazione della maggior parte delle capitali europee alla guerra in Medio Oriente e alla chiusura dello stretto di Hormuz è tuttavia stata ispirata dalla gestione del consenso di breve termine (il 70 per cento dei provvedimenti) e ha seguito la direzione che i tecnici di Washington, come la Commissione Ue, hanno sconsigliato sin dall’inizio. Il caso italiano è lampante. Sono stati varati tre decreti tampone che hanno ridotto le accise di verde e diesel con un esborso superiore al miliardo.
L’ultima misura scade il 22 maggio, giorno in cui si tornerà al punto di partenza. Si tratta delle decisioni «ampie, non focalizzate sui più vulnerabili» che il Fmi sconsiglia, mentre chiama un’azione che «aiuti imprese e famiglie a reagire ai prezzi elevati anche risparmiando energia». Per questo gli economisti invocano un profilo di intervento strutturale, orientato sulla determinazione dei listini e delle bollette, sul mix energetico e le fonti.
Non sta avvenendo. Il Fondo calcola che il 90 per cento dei Paesi ha varato almeno una norma che distorce i prezzi e gonfia la domanda di energia, impiegando (sinora) lo 0,18% del Pil. A suo avviso, le delibere non mirate «aiutano i ricchi più dei poveri»: tagliando i prezzi di 100 euro, il 20 per cento della popolazione più abbiente riceve 34 euro dai sussidi per i carburanti e 33 dall’elettricità; il 20 per cento dei redditi bassi riceve rispettivamente 9 e 11 euro.
Il divario fra chi ha di più e chi ha di meno cresce a vista d’occhio. Mentre sull’industria europea, ambito in cui l’Italia è parecchio penalizzata, grava un costo energetico di due o tre volte superiore a quello sostenuto in Cina e Usa.
Nessuno ha pensato che fosse facile. Tuttavia l’indipendente Ufficio parlamentare di Bilancio nota che, dopo la guerra in Ucraina, da noi il mix delle fonti non si è sostanzialmente evoluto verso le rinnovabili. Abbiamo spostato la dipendenza che Paesi come la Spagna hanno ridotto, dimenticando che la non-azione impatta sul Pil quattro volte di più rispetto a una transizione ben gestita verso la decarbonizzazione.
L’auspicio è un masterplan, un progetto superiore – nuove risorse, riequilibrio fiscale, incentivi mirati – coordinato con una analoga manovra europea che intervenga sulle reti, smussi gli spigoli del sistema Ets (“chi inquina paga”) e lanci investimenti continentali sostenuti con la cassa comune. Nel migliore dei mondi possibili succederebbe. Nel nostro è tutto da vedere.
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