Il Pd e i “Dieci piccoli indiani”
Riformisti in fuga dai dem: da Elisabetta Gualmini a Marianna Madia, il dissenso si consuma senza strappi né visione. Sullo sfondo la leadership di Elly Schlein e un centrosinistra che fatica a trovare una rotta comune

Se ne vanno dal Partito democratico come i “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie. Uno dopo l’altro, a poco a poco. Sono i cosiddetti riformisti, parlamentari in cerca di una direzione. Prima Elisabetta Gualmini, europarlamentare passata ad Azione, adesso Marianna Madia, deputata che ha scelto - come indipendente, qualsiasi cosa voglia dire - di stare con i renziani di Italia Viva.
Sono addii isolati, senza strategia, non sembrano neanche pianificati. Si sa che c’è malessere, insoddisfazione, d’altronde Elly Schlein si è costruita il suo cerchio magico al Nazareno, una tribù identitaria a sua immagine e somiglianza, e non lascia spazio per altro.
C’è la consapevolezza che alle prossime elezioni politiche, quando ci sarà da comporre le liste per il Parlamento, non abbonderà lo spazio per la dissidenza, che al massimo può adattarsi, fare come Stefano Bonaccini ed entrare in maggioranza (e sperare così di cavarsela).
Si guardano attorno, i riformisti del centrosinistra, e vedono che la tavola è già stata apparecchiata da quelli che se ne sono andati via prima di loro e i numeri non sono eccellenti. C’è Italia Viva, c’è Azione, c’è il Partito liberal-democratico. Chi va in Italia Viva lo fa perché non ritiene Carlo Calenda affidabile, chi va in Azione lo fa perché non ritiene Matteo Renzi affidabile. E via così.
Dopo, anche fra gli stessi riformisti, si formulano ipotesi sui prossimi addii. Graziano Delrio? E Giorgio Gori, che tiene i rapporti con individui pericolosissimi per la segreteria del Pd (ovvero: gli imprenditori)?
E Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo in lotta con la propaganda filo-putiniana? Magari uno di loro sarà il prossimo a prendere la via dell’uscita dal Pd, indebolendo ulteriormente l’offerta politica del partito schleiniano.
Il senso di smarrimento che sembra accompagnare le decisioni di chi se ne va dalle file dei dem, quasi privo di mordente e di sfida, non pare tuttavia destinato a scaldare il cuore di chi ha ancora dei dubbi: «Non sono uscita con un dissenso. È stata una scelta razionale e costruita nel tempo», ha detto Marianna Madia intervistata dal Corriere della sera ieri. Basata sulla «convinzione mia personale che al centrosinistra serva qualcosa in più».
Quando Renzi, da giovane sindaco di Firenze, lanciò l’assalto alla dirigenza (e anche alla diligenza), lo fece dichiarando finita l’esperienza politica e storica di chi lo aveva preceduto; sembrava voler spaccare il mondo in due, e così tentò di fare, almeno per un po’.
Sono passati molti anni dalla “rottamazione” e il mondo nel frattempo si è incattivito ancora di più, in giro ci sono un sacco di autocrati che vogliono spaccare il mondo, seppure in una maniera diversa da quella di Renzi, e magari ci riescono. La politica però è fatta non solo di convegni, convention, manifesti. È fatta di guide che diano indicazioni. Di leadership appunto. Sono le leadership che mettono d’accordo chi non sa dove andare, è in deliquio.
Gli addii alla spicciolata non produrranno effetti sul centrosinistra, anche perché sono semplicemente dei travasi da un partito all’altro. Per questo sembra che i riformisti di oggi, a differenza di quelli di ieri, abbiano deciso di accontentarsi. «E poi non rimase nessuno».
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