Conti pubblici e crisi energetica: l'Italia al bivio del 3%

Il deficit al 3,1% sbarra la strada all'uscita dalla procedura UE. Con lo choc a Hormuz e la crescita che frena, la carta di Giorgetti è la deroga per le spese energetiche, mentre riemerge il fantasma del Mes

Marco ZatterinMarco Zatterin

Il deficit 2025 fotografato dall’Istat al 3,1 per cento del Pil e la conseguente mancata uscita anticipata dalla procedura europea per un decimo di punto non sono un problema. Nessuno dubita davvero della tenuta attuale dei conti pubblici italiani, a maggior ragione dopo che il ministro Giorgetti ha richiamato i suoi all’ordine, annunciando che di scostamento unilaterale dal Patto di Stabilità che governa l’euro non se ne parla.

La questione che si pone ora, oltre l’esigenza sempiterna di ridare gas alla crescita, è un’altra e, al solito, impone di guardare avanti. Perché le difficoltà non vengono dal 3 per cento non raggiunto lo scorso anno, ma su quello che, se continua così, non si riuscirà a centrare fra otto mesi.

Nel Documento di finanza pubblica in cui il governo definisce la visione programmatica sullo stato di salute dell’economia nazionale, si afferma che in dicembre il deficit sarà al 2,9 per cento del prodotto interno lordo e, pertanto, rientrerebbe fra i virtuosi dell’Ue. Il risultato è legato all’ottenimento di un Pil in salita dello 0,6 per cento. Ecco. Questo è un obiettivo che, in prevalenza a causa dello choc energetico generato dalla balordissima guerra in Iran, molto difficilmente verrà raggiunto.

Gli analisti sono concordi nel dire che se lo Stretto di Hormuz riaprirà in fretta, potremmo fare 0,3/0,4, ma già ora lo 0,2 è considerato più probabile e sarebbe già grasso che cola. Il rischio stagflazione, cioè stagnazione e inflazione, è purtroppo concreto. Quella di mancare la discesa sotto il fatidico 3 per cento col deficit, e restare nella procedura europea (in un anno elettorale, per giunta), è un’evenienza che la maggior parte degli scenari considera scontata, con una intensità che dipende dagli eventi esterni.

Una delle poche cose non incerte è come andrebbero affrontati i tempi duri. Dice Banca d’Italia: «Per quanto fondamentale, la prudenza nella gestione dei conti pubblici non sarà sufficiente, se non sarà accompagnata da un’azione di riforma che crei le condizioni favorevoli all’innovazione e alla crescita della produttività». Il dito punta sull’ambiente in cui si genera competitività, valore aggiunto e lavoro, con interventi su fisco, amministrazione e sostegno agli investimenti. Servono soldi mentre il cordone della borsa è stretto dalla sana esigenza di non far saltare la cassa, se non altro per gli esiti terribili che ciò avrebbe sugli interessi per rifinanziare il passivo di Stato. E allora?

A parte spendere bene il Pnrr e dialogare coi partner di Bruxelles per limitare l’impatto dello choc petrolifero, quindi fare ordine nella spesa pubblica, la carta del ministro Giorgetti è quella di trattare in sede Ecofin la deroga al Patto di Stabilità per le spese straordinarie energetiche come avviene per la difesa. È una esigenza condivisa, dunque una possibilità per riflessioni accorte su come l’impazzimento a Hormuz influisce sulla fiducia e le nostre vite. Non è ancora una crisi senza ritorno; è una super turbolenza che richiede sangue freddo e meno proclami.

Un esempio? L’idea di ricorrere ai fondi del Mes (il vituperato Meccanismo europeo di stabilità) per favorire un ciclo virtuoso. Detto che è sempre deficit, potrebbe essere una via da esplorare, sebbene nella capitale europea l’ipotesi susciti irritazione. «Volete usare il Mes? – dice un economista comunitario – Forse sarebbe meglio che lo sottoscriveste, prima». In effetti, all’appello manca solo Roma, al solito risplendente nella divergenza, anche da sé stessa. 

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