Quegli spazi di dignità che la storia veneziana custodisce da secoli

La risposta all’arte che si fa strumento di propaganda non è il silenzio imposto. È invece la capacità di rispondere sul piano creativo facendo sentire altre voci

Paolo CostaPaolo Costa

Germania, estate 1918. L’impero guglielmino sta crollando. Le città tedesche sono affamate, la disfatta militare è questione di poco. Eppure in un campo di concentramento della Renania i soldati tedeschi continuano a consegnare ai prigionieri italiani (tra questi, mio padre) i pacchi di viveri indirizzati loro dalla Croce Rossa Internazionale.

Non per simpatia, ma per una regola riconosciuta come vincolante anche nel disastro. Una regola che proteggeva uno spazio di dignità umana elementare - il diritto di un prigioniero a ricevere ciò che gli spettava secondo leggi di guerra accettate -.

Esistono spazi che le società si costruiscono per preservare qualcosa di essenziale anche nel pieno dei conflitti che esse stesse provocano.

Regole riconosciute come obbliganti da tutte le parti per il valore che tutti attribuiscono al loro mantenimento. Chiamiamoli spazi di dignità. Che a Venezia hanno tradizioni che affondano nella storia della sua Repubblica.

Durante le guerre turco-veneziane - conflitti sanguinosi che opposero la Repubblica all’Impero Ottomano per quasi quattro secoli - l’Università di Padova non chiuse mai le porte agli studenti provenienti dai territori ottomani.

Nel Mediterraneo si combatteva. A Padova si studiava. La Patavina libertas garantita da Venezia creava uno spazio di dignità intellettuale che la logica del conflitto militare non riusciva a colonizzare. Uno spazio di dignità dello studio - il diritto di imparare, di confrontarsi, di conseguire un titolo - veniva riconosciuto anche allo studente ottomano, anche mentre le flotte si combattevano nel Mediterraneo. Un gesto profondamente civile e più duraturo di qualsiasi vittoria navale.

Come non riconoscere qualcosa di simile nel caso della Biennale di oggi? La Biennale di Venezia, fondata nel 1895, ha tradotto questo principio in forma moderna ed esplicita. Il suo statuto garantisce a ogni paese partecipante uno spazio di dignità espressiva - il diritto di essere presenti, di mostrare, di comunicare attraverso l’arte.

Uno spazio che è neutro nel senso di universale: appartiene a tutti alle stesse condizioni, indipendentemente da ciò che accade fuori dai Giardini o dall’Arsenale. È uno spazio da valutare in sé, per ciò che contiene - opere, visioni, linguaggi artistici - non come estensione della politica estera dei paesi che vi partecipano.

C’è una continuità profonda tra la Patavina Universitas medievale e la Biennale contemporanea. Una continuità sedimentata nei secoli nella pratica istituzionale veneziana. Venezia ha storicamente coltivato il cosmopolitismo non come valore astratto ma come regola concreta: lo spazio di incontro tra civiltà diverse dove il riconoscimento reciproco - commerciale, intellettuale, artistico - prevaleva sull’esclusione. Il Fontego dei Turchi sul Canal Grande, concesso nel 1621 nel pieno delle tensioni con l’Impero Ottomano, ne è il simbolo fisico più eloquente. Venezia ha già vissuto alla Biennale la tensione più acuta tra universalismo e politica, e ha già trovato la risposta giusta.

Nel 1977, mentre la Guerra Fredda divideva il mondo, un gruppo di intellettuali e artisti organizzò la Biennale del dissenso. Non per escludere i padiglioni dei paesi socialisti - quelli rimasero presenti, come previsto dallo statuto. Ma per dare voce a chi quei padiglioni ufficiali escludevano: le voci scomode per i regimi dell’Est.

Il meccanismo era preciso e illuminante. Si riconosceva a ogni paese il proprio spazio di dignità espressiva.

E si usava quello stesso spazio - la libertà garantita dalla Biennale a tutti - per rispondere, per testimoniare, per esercitare un dissenso che era esso stesso espressione artistica e culturale. Non si toglieva la parola all’avversario. Si aggiungeva la propria voce. Il dissenso veniva espresso sullo stesso piano della proposta contestata: il piano dell’arte, del linguaggio, dell’espressione creativa. È il modello più coerente con il Dna veneziano della Biennale. Lo spazio di dignità non si nega a nessuno. Si abita - e si contrasta se del caso - con gli stessi strumenti con cui è stato costruito.

Le polemiche recenti - la pressione per escludere la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, le contestazioni al padiglione israeliano dopo la guerra di Gaza - hanno riproposto questa tensione con forza. Ed è comprensibile: di fronte a violazioni gravi della dignità umana, l’impulso a rispondere con l’esclusione è potente e umanamente spiegabile. Ma escludere ha un costo preciso: significa erodere lo spazio di dignità che si vorrebbe difendere.

Significa trasformare la Biennale da isola franca ad arena politica. Significa rinunciare allo strumento più efficace che Venezia ha storicamente saputo usare: il riconoscimento dello spazio altrui come condizione per rivendicare il proprio.

La strada indicata dalla storia veneziana è diversa. Le violazioni della dignità umana imputabili a qualche paese partecipante vanno denunciate con forza, con chiarezza, senza ambiguità. Ma con gli strumenti propri della Biennale: il dissenso artistico e culturale espresso dentro lo spazio condiviso, non la chiusura di quello spazio.

Come nel 1977, la risposta all’arte che si fa strumento di propaganda o di occultamento è altra arte, altro linguaggio, altra voce. Non il silenzio imposto. Quel pacco consegnato a un prigioniero italiano nella Germania del 1918 proteggeva uno spazio di dignità elementare in condizioni estreme. Gli studenti ottomani che studiavano a Padova mentre le flotte si combattevano nel Mediterraneo beneficiavano di uno spazio di dignità intellettuale costruito da una regola che la guerra non riusciva a cancellare.

La Biennale del 1977 funzionò perché uno spazio di dignità espressiva - garantito dallo statuto, difeso dalla tradizione veneziana - venne allargato non conculcato. Sono esempi diversi per epoca e intensità, ma appartengono alla stessa famiglia di atti civili: il riconoscimento che certi spazi - di sopravvivenza, di studio, di espressione - spettano a tutti, anche al nemico, anche a coloro con i quali non condividiamo nulla.

Le civiltà si misurano da questo: dalla capacità di mantenere i propri spazi di dignità. Venezia lo sa da secoli. La Biennale ne è oggi la testimonianza più visibile.

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