Riforma elettorale: il paradosso del Pd e le tentazioni del "campo largo"
Mentre Meloni accelera sulla legge elettorale con premio di maggioranza, le opposizioni si dividono tra il pubblico rifiuto e l'opportunità strategica di chiarire la leadership prima del voto. Il dilemma di Schlein e il "gradimento inconfessabile" di Conte

Non c’è tema a più alto “potenziale benaltrista” della legge elettorale. Chi si oppone alla riforma ha sempre gioco facile nel ricordare che i veri problemi da affrontare sono, appunto, altri. Che le élite impegnate su questo fronte trascurano le autentiche emergenze del Paese per occuparsi dei problemi della “casta”, per favorire interessi di parte. Ma se la legge in questione è quella in animo all’attuale governo, è davvero nell’interesse delle opposizioni, in particolare del Pd, chiudere la porta?
Il responso del recente referendum ha seminato di insidie l’ultimo scorcio di legislatura, per l’esecutivo. Di riflesso, la strategia scelta dagli avversari sembra piuttosto definita: lasciar cuocere Meloni nel proprio brodo. Del resto, chi governa ha già mostrato grande abilità nell’arte di farsi male da solo. Non che dall’altra parte manchino campioni di questa disciplina, mentre si fatica ancora a intravedere una “idea di Paese” condivisa all’interno del campo largo. Il modo in cui, nel percorso verso e dopo le politiche, si andrà (eventualmente) a ricomporre l’eterogeneità interna all’area, con la definizione del programma e della leadership, è fortemente collegato alla legge elettorale.
Dovesse rimanere quella attuale, la questione della leadership potrebbe essere rinviata al dopo-elezioni, con la guida assegnata al partito che avrà preso più voti. Ad oggi, in caso di successo, Schlein sarebbe la principale candidata alla Presidenza del consiglio. Ma solo sulla carta. Il ritorno a Palazzo Chigi è il primo obiettivo di Conte. Un margine ridotto tra le due principali formazioni, inoltre, farebbe tornare d’attualità l’ipotesi di una figura esterna alle segreterie di partito. A ciò va aggiunto che, anche in caso di sconfitta degli uscenti, non è scontato che il Rosatellum consegni automaticamente una maggioranza agli avversari, condannando i “volenterosi” – e l’Italia – a una nuova stagione di larghe intese.
Una legge elettorale come quella promossa da Meloni, con premio di maggioranza e indicazione del candidato-premier, potrebbe paradossalmente favorire la principale avversaria. Imporrebbe, quantomeno, un chiarimento degli equilibri dentro gli schieramenti prima del voto.
E la scelta del “capo-coalizione”. La strada delle primarie diventerebbe obbligata. Il che, naturalmente, comporterebbe delle insidie, per Schlein. Ma renderebbe più lineare il percorso successivo. Secondo i retroscena raccontati ieri da Francesco Verderami sul Corriere, persino Conte, in segreto, apprezzerebbe la riforma. Una eventuale apertura del Pd offrirebbe, peraltro, una sponda alle prevedibili difficoltà di Meloni nel fare digerire la riforma agli alleati. Schlein può permettersi un passo di questo tipo? Difficile. Scatterebbero immediatamente le accuse di intelligenza con il nemico, di soccorso a un avversario in affanno.
Ai simpatizzanti occulti della riforma non resta allora che sperare che Meloni faccia tutto da sola. Osteggiando, pubblicamente, l’oggetto di un inconfessabile gradimento. Non è difficile, tuttavia, immaginare quale potrebbe essere la principale contromisura di Meloni: ritardare, il più possibile, l’approvazione della legge.
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