L'informazione sotto assedio: tra giornalisti uccisi e la dittatura dello "scroll"
Il 21° Rapporto Censis scatta la fotografia di un sistema in crisi: 129 reporter morti nel 2025, sfiducia dilagante e il paradosso di un'informazione che rinuncia al giornalismo per inseguire l'algoritmo

L’informazione è nel mirino, non solo in senso metaforico. I 129 giornalisti che nel 2025 hanno perso la vita sul campo di battaglia in questa epoca di guerra permanente, spesso ibrida, a volte virtuale, che sta scardinando le relazioni tra gli stati e le regole del diritto internazionale, sono una testimonianza drammatica, che impone all’attenzione il ruolo cruciale del giornalismo, come strumento di conoscenza dei fatti e di formazione dell’opinione pubblica.
In una stagione di conflitti, fatta di prove di forze e tensioni che stanno colpendo a cuore la democrazia, l’informazione deve dare conto di questo esercizio della violenza che lede i diritti fondamentali della persona
Compito arduo, in un momento in cui la società, come si vede molto bene nel 21° Rapporto del Censis, tende ad attribuire un’importanza residuale al sistema della comunicazione, responsabile di uno schiacciamento verso il basso della qualità del racconto dei fatti.
Sono due i principali strumenti della dieta mediatica: la tv generalista, che ancora regge anche se fruita in maniera asincrona e non lineare, la vecchia radio, che tiene ancora banco e da facebook cui fa riferimento una parte importante del campione (33%). In questa dinamica si fa strada una profonda mediamorfosi, cambiano i format e contenuti, basti pensare all’uso istituzionale anche dei reel filmati che facendo a meno della mediazione giornalistica arrivano agli utenti, con messaggi oracolari, semplificati e superficiali.
A fianco di un’informazione cercata e razionale, fruita con metodi tradizionali, esiste un’altra tipologia dominata dalla logica dello scroll che ha tutt’altro andamento logico-sintattico.
L’informazione in questa seconda grande categoria è solo incidentale la subiamo, si insinua nelle nostre scelte, tra un’app e l’altra. È un aspetto forse ancora poco studiato che evidenzia la tendenza a generare delle camere di risonanza, degli specchi deformanti, in cui i grandi player globali “rubano” i nostri dati mentre ciascuno di noi si illude di aver trovato un “nicchia” entro cui provare a disintossicarsi, al riparo dal frastuono di linguaggi che ormai mescolano verità e finzione.
Il malcontento registrato dal Censis si manifesta nei termini più usati dal campione che parla di informazione “condizionata” (31%) “inattendibile (21,5%). Si tratta di un disagio diffuso, che arriva a investire la reputazione dei prodotti editoriali, aggrediti dall’AI che ne sta cambiando i connotati, sul terreno dell’autenticità e del diritto d’autore.
Tutte grandi questioni che nell’ecosistema comunicativo digitale si ingigantiscono, mentre la velocità vince sull’approfondimento, l’emotività sul confronto dialogico, cambiando l’identikit dei giornali tradizionali. Il fitto intreccio di informazione, comunicazione e marketing ha, infatti, stravolto i criteri di notiziabilità con il conseguente disorientamento del pubblico.
Così assistiamo al paradosso di un’informazione senza giornalismo, riconoscibile nella diffusione di fatti che non vengono sottoposti a rigorosi processi di controllo delle fonti e a un giornalismo senza informazione quando broadcast e grandi editori strizzano l’occhio compiacente dei fruitori, trascurando l’esercizio del diritto di cronaca, unica ancora di salvezza costituzionalmente riconosciuta che può venirci incontro soddisfacendo la sempre più diffusa esigenza di comprendere la complessità del mondo che viviamo.
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