Trump, gli attentati e il boomerang del complottismo
Alcuni esponenti di spicco del mondo Maga ritengono che gli attacchi al presidente siano una messa in scena. Ora il tycoon sta scoprendo che anche i complotti sono ostinati

E se gli attentati a Donald Trump fossero una messinscena - “staged”, appunto? A pensarlo adesso sono esponenti di punta del mondo Maga, gli stessi che votano per lui dal 2016. Gli stessi che hanno alimentato e creduto ai complotti con cui Trump ha vinto due volte le elezioni, compresa la teoria cospirazionista più pericolosa, quella dalle conseguenze politiche più gravi, che ha portato all’assalto del Campidoglio il 6 gennaio 2021, quando una folla trumpiana invase la sede del Congresso americano, convinta che Joe Biden avesse scippato le elezioni all’attuale presidente degli Stati Uniti.
Adesso i ruoli si sono ribaltati ed è arrivato il turno di Trump, che dopo aver perso il sostegno dei podcaster più famosi e controversi, da Joe Rogan a Tucker Carlson, sta perdendo anche il supporto dei complottisti. «I fatti», ha detto una volta John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti d’America, «sono cose ostinate; e qualunque siano i nostri desideri, le nostre inclinazioni o i dettami della nostra passione, non possono alterare lo stato dei fatti e delle prove».
Trump sta scoprendo che anche i complotti sono ostinati. Soprattutto nell’epoca della sfiducia, che travolge media e partiti tradizionali. Secondo l’ultimo rapporto dell’istituto Gallup (ottobre 2025), il 34 per cento degli statunitensi non si fida affatto dei media, mentre il 36 per cento non si fida molto: in totale è il 70 per cento. Trump ha sfruttato l’insoddisfazione della cittadinanza verso giornali, radio e tv per costruire consenso, fin dalle elezioni presidenziali del 2016. Anche grazie alla retorica del complotto. Adesso però è da destra che arriva l’accusa di aver organizzato una farsa sia a Butler, Pennsylvania, nel 2024, sia a Washington, pochi giorni fa, in occasione della cena dei corrispondenti della Casa Bianca.
L’ex deputata Marjorie Taylor Greene, un tempo trumpiana di origine controllata e protetta prima di litigare pesantemente con il presidente statunitense, ha affermato che c’è ancora qualcosa di poco chiaro nel tentato omicidio contro Trump del 2024: «Non sto dicendo che l'attentato a Butler sia una bufala. Ma ci sono un sacco di domande che meritano risposte pubbliche. Mi chiedo: perché Trump non rende pubbliche le informazioni su Matthew Crooks (l’attentatore di Trump, ndr)? Ha davvero agito da solo? Se no, chi c’è dietro di lui e chi l’ha aiutato? Perché nasconderlo?».
Forse, ha detto durante il suo programma il comico e podcaster Tim Dillon «l’attentato è stato qualcosa di cui non conosciamo tutta la storia. Forse è stato inscenato. Forse è stato simulato». Analogo scetticismo sta riempiendo i social della destra Maga subito dopo la sparatoria di Washington.
I populisti continuano a comportarsi come vittime di manovre segrete anche quando sono al governo; c’è sempre una qualche forma di deep state all’opera. «Non mi vogliono far governare» è un grande classico della retorica del complotto, per la verità non soltanto populista. L’ex presidente del Venezuela, Ugo Chávez, accusava sempre l’opposizione - l’“oligarchia” che era stata deposta - di voler sabotare il suo “socialismo del ventunesimo secolo”. In questo caso Trump rischia di dover contro-accusare direttamente i suoi sostenitori.
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