Europa divisa, il rischio del 2027: «Sovranisti pronti a fare a pezzi l’Ue»
Guerre, crisi energetica e fragilità della leadership franco-tedesca mettono alla prova il futuro dell’Unione europea

I Paesi europei non sono mai stati uniti davvero. Si sono mescolati più che mettersi insieme, hanno inseguito il massimo risultato nazionale con l’impegno collegiale più relativo. La nuvola di malessere e debolezza nella quale si agitano i Ventisette è conseguenza di quanto non si è voluto fare più che di strategie sbagliate o inutili.
Oggi l’Ue resiste in modalità San Sebastiano, arpionata dai ragazzi francesi che scendono in piazza perché non vedono un futuro come da chi, e a destra non sono pochi, la contrasta sostenendo la sciocchezza che senza la “dittatura dell’euro” staremmo meglio.
La Commissione esecutiva – che non decide nulla, ma vigila sull’attuazione del diritto comune – è puntualmente accusata del rincaro delle bollette, dei tappi che non si aprono e della liberalizzazione “selvaggia” delle spiagge, questioni deliberate da governi e parlamenti, non da Bruxelles. Ne deriva che la bandiera a dodici stelle perde pezzi e non riesce a rappresentarci come potrebbe a causa del veleno che da anni le spruzzano addosso le capitali e i politici.
È la distorsione maliziosa di chi preferisce gli alibi alle risposte, male che si diffonde rapidamente, minaccia le nostre vite e mina le ambizioni migliori.
Ragionare è sempre utile. Ora il calendario dice che è indispensabile. Siamo al quinto anno di guerra in Ucraina. Il subbuglio tristemente ordinario in Medioriente è peggiorato con la guerra di Trump che corre verso il voto periglioso di midterm. Il prezzo dell’energia è andato alle stelle portando con sé inflazione e tassi, combinato disposto che ha incrinato il già fragile edificio della crescita continentale. Fra novembre e maggio, il voto può portare a destra Spagna, Polonia e Francia, mentre il centrismo tedesco del cancelliere Merz fa parecchia acqua e rischia l’inconsistenza. Allora tutto può cambiare.
Esistono prospettive concrete che l’asse fra Parigi e Berlino – a lungo motore delle scelte europee (non era bello, ma è servito) – si grippi. In assenza di altre forze propositive, la mancanza di una leadership europea affidabile semplificherebbe il gioco di sovranisti e nazionalisti, gente per la quale la conquista del potere è più importante del benessere diffuso e va perseguita ad ogni costo, anche con le menzogne sugli avversari e pagando i conti coi soldi di Vladimir Putin.
La maggioranza dei governi europei, ovvero quella nel Consiglio Ue, è già di centro o centrodestra. L’affermazione di posizioni più radicali annacquerebbe ulteriormente l’impeto di una più stretta cooperazione, esponendo le contraddizioni euroscettiche.
Marine Le Pen, ad esempio, promette di risanare il deficit riducendo il contributo francese al bilancio europeo, propone di far saltare il sistema di determinazione dei prezzi dell’energia e chiede di rafforzare la Difesa nazionale, il che vuol dire limitare l’effetto virtuoso del fare squadra in Europa.
Con la polarizzazione economica e politica, dunque con Cina e Usa che cercano di assumere le redini del Pianeta in bilaterale, restare da soli in Europa è una maledizione di cui anche a Parigi si potrebbero rendere conto – ad esempio - quando i fumini e irruenti agricoltori transalpini scopriranno che mettendo meno denari nel budget Ue anche i loro incassi caleranno. Brexit docet.
L’Europa funziona meglio in emergenza, vedi Covid e terremoto finanziario, tuttavia non può essere sufficiente affidarsi all’imminenza del disastro. Più utile inseguire economie di scala lavorando insieme per l’energia, la crescita, l’economia, il clima e la difesa, prima che il peggio si manifesti sino in fondo.
È importante vedere cosa si può fare per riuscirci. Perché investire negli scudi anti drone o nella grande muraglia tecnologica non vuol dire riamarsi, bensì proteggersi da offensive ibride che più osservatori e diplomatici ritengono probabili e vicine. Non è guerra: è una deterrenza che da soli non possiamo esercitare.
Ripensare l’Europa è indispensabile. Parlarne è necessario. Funzionerebbe anche raccontare che è la sede della tranquillità e della ragione, non il giudice cattivo che gioca contro di noi. Sarebbe importante capire come è possibile sentirci italiani, quindi europei, e non essere schiacciati da profeti cinoamericani del bipolarismo, gente che sogna di mettere fuori gioco un fastidioso (per loro) sistema democratico garante dei diritti.
Il 2027 è l’anno confuso in cui la democrazia può dare l’Ue in mano a nazionalisti e sovranisti perché sia fatta gradualmente a pezzi. Curioso che succeda proprio mentre i britannici, traditi dalla mucca pazza e dalla memoria dell’impero perduto, stanno cercando un modo per riavvolgere il tempo e tornare alla vecchia casa per superare la crisi profonda che li attanaglia lassù, sull’altra sponda della Manica.
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