Il tempo scorre ma il campo largo non l’ha capito
Tra i ricorsi alla Consulta sulla legge elettorale e lo scontro sui candidati premier, il centrosinistra rinvia la sintesi mentre la legislatura accelera

Mentre elettori, simpatizzanti e osservatori da ogni pulpito lanciano l’appello “Fate presto!” (analogo – si parva licet – al titolo del Mattino di Napoli che sollecitava i soccorsi dopo il terremoto dell’Irpinia), nella regione terremotata del “campo largo” il tempo scorre come se nulla fosse. Come se non ci sia il rischio che chiusa la legge di bilancio, a gennaio Giorgia Meloni salga al Colle per dichiarare terminata la legislatura in assenza di altra spinta propulsiva per carestia di risorse. Come se non servano almeno sei-otto mesi per consolidare la popolarità e l’affezione eventuale di larghe fasce del paese al leader – quale esso sia – della sinistra che sfiderà Meloni. Come se non vi fossero monumentali questioni nel dibattito pubblico (energia, banche, guerre) che non siano gli scontri egoriferiti sulla guida dell’alleanza.
E invece anche nel day after dell’ok finale al Melonellum, che avrebbe dovuto generare una scossa, nel Pd spunta pure l’ultimo “alibi della tartaruga”: prima di svolgere le primarie con tutti gli effetti devastanti che sappiamo, meglio aspettare febbraio quando la Consulta si sarà pronunciata sulla legge elettorale. Quindi altri cinque mesi aspettando Godot, che non è detto che arrivi, visto che nessuna certezza vi è che il timing sia questo. Lunedì i ricorsi di cittadini che vedono “leso il diritto costituzionale al voto” verranno inviati a trenta tribunali come nel 2017, sperando che almeno uno emetta “un’ordinanza di remissione” alla Consulta; e che la Corte si pronunci subito, per non far svolgere le elezioni con legge imperfetta o inapplicabile. Così, altro che fare presto: meglio dare un altro “calcio al barattolo” e far rotolare il problema più in là, per rinviare la tempesta che può abbattere il partito democratico se la sua segretaria dovesse perdere nei gazebo.
Così la vicepresidente del partito democratico Chiara Gribaudo parla di “primarie in primavera”, il senatore-giurista Andrea Giorgis si augura che la Consulta si pronunci al più presto, citando tra gli aspetti dubbi non solo il premio nazionale per il Senato che va eletto su base regionale, ma l’indicazione obbligatoria del candidato premier: la mina piazzata da Giorgia Meloni per far esplodere il centrosinistra dilaniato sul tema. E ancora una volta Giuseppe Conte gioca d’anticipo: chiede di sbrigarsi a fare le primarie dopo aver fatto sapere che fosse per lui si potrebbe pure pescare un terzo nome che eviti il duello tra prime donne.
Come diceva Norberto Bobbio, il dissenso è la linfa della democrazia purché finalizzato a trovare una sintesi, ma questa sintesi nessuno sembra inseguirla a sinistra, a differenza di quanto fatto dalla maggioranza di governo sul medesimo tema delle armi all’Ucraina, votate anche dalla Lega di Salvini in Parlamento. Per ingannare il supplizio dell’attesa, Elly Schlein sforna la Costituzione del 1948 come perfetto programma elettorale del 2026, Giuseppe Conte sostiene di averlo già pronto da un mese, il Pd non ne ha uno suo da sventolare e nessuno si mette a scriverne uno semplice e facile da divulgare sul quale si riconoscano Pd, M5s, Avs e Iv. Se non si parte da qui, non si possono neanche programmare i gazebo, ma da giovedì il conto alla rovescia per le elezioni è già partito nei Palazzi e nel paese.
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