Sacco e Vanzetti cento anni dopo: no al patibolo in diretta

I due italiani furono giustiziati nel 1927 in Massachusets: con il Pentagono che vuole la diretta streaming per l’esecuzione di Nidal Hasan siamo tornati ancora più indietro

Enrico Galiano
Da destra, Sacco e Vanzetti, condannati a morte nel 1927
Da destra, Sacco e Vanzetti, condannati a morte nel 1927

Nessuno sa se esiste vita oltre questa, se c’è un posto dove andiamo dopo, o se il nostro viaggio si conclude qui. Se c’è, però, credo che in questo momento due che furono di questo mondo ci stiano guardando con apprensione, e anche tanta tristezza: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due italiani giustiziati dal governo del Massachusets il 23 agosto 1927.

Me li immagino, ora, osservare quello che sta succedendo a quasi cent’anni dalla loro ingiusta esecuzione, e chiedersi come sia possibile, come, che siamo tornati così indietro. Anzi, molto più indietro di dove eravamo cent’anni fa, quando alcune condanne a morte venivano eseguite pubblicamente, sì, ma non certo trasmesse via streaming in tutto il mondo, come il Pentagono vuole fare con Nidal Hasan, il responsabile della strage alla base militare di Fort Hood del 2009.

Ora chiunque, dal salotto di casa propria, dal bus mentre rientra dal lavoro, dalla sala d’aspetto di una stazione, potrà assistere alla fucilazione di un uomo. Anche un bambino. Perché, nelle intenzioni dichiarate, quella morte dovrebbe mostrare a tutti che certi crimini hanno “serie conseguenze”.

E dunque, caro Nicola, caro Bart, come ci siamo arrivati? Io non lo so, però qualcosa è successo. Qualcosa di inumano si è insinuato dentro di noi e si è fatto spazio, in questi anni, e dobbiamo stare attenti perché questa barbarie potrebbe contagiarci. Sarà che notizie del genere non ti fanno svegliare ottimista, ma storicamente gli USA sono sempre stati una sorta di trailer del futuro: quello che succedeva là, dopo qualche anno arrivava anche qua.

Non che i foschi segnali manchino, del resto: ad ascoltare parole inumane travestite da operazione politica – tipo “remigrazione”, che altro non è se non sinonimo di deportazione – viene il sospetto che non manchi molto a che anche qui qualcuno si sogni di tornare alla pena di morte, a prima di Beccaria, a luoghi della storia che credevamo di aver lasciato per sempre.

E cosa possiamo fare, noi, per arrestare quest’onda di disumanità? Forse cominciare da una cosa piccolissima: rifiutarci di guardare. Cent’anni fa c’era una folla davanti ai patiboli. Oggi quella folla può essere grande quanto il mondo. E possiamo scegliere di non farne parte.

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