Il naufragio culturale della destra

Il ministero che avrebbe dovuto indirizzare l’egemonia si è rivelato il più scombussolato dopo quello della Giustizia

Carlo BertiniCarlo Bertini
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (foto Ansa)
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (foto Ansa)

Se la destra al governo non è riuscita a imporre una sua egemonia culturale in un paese invaso da cineasti, scrittori e musicisti di sinistra, una cosa rimarrà agli atti dopo questa offensiva durata ben quattro anni: la straordinaria vitalità della schiera di intellettuali, organici e non, afflitti dallo stesso vizio dei colleghi avversari di provata fede progressista, un’instancabile “vis polemica” verso i propri simili.

Avrebbe forse reagito con un sorriso compiaciuto dunque Filippo Tommaso Marinetti, animatore del movimento futurista, nel vedere come anche un suo stimato erede, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, consideri (almeno in casa sua) “la guerra sola igiene del mondo”: il piglio con cui ha sfidato i potentati nei polverosi saloni governativi conferma un istinto pugnace.

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Senza curarsi degli effetti (anche deleteri per sé stesso), si è scontrato in consiglio dei ministri con Matteo Salvini sul valore delle Soprintendenze; ha firmato svariate defenestrazioni, l’ultima di due emissari delle sorelle Meloni, rei di aver rigettato il finanziamento alla pellicola su Giulio Regeni; prima ancora ha dato vita a singolar tenzone con l’amico Pietrangelo Buttafuoco, attorno a un busillis degno di un sinedrio d’accademici: se cioè la cultura debba o meno esser vassalla della politica e schiava dell’etica. Tema che spacca il paese dopo che il duro Buttafuoco, contravvenendo al potente Fazzolari, braccio destro di Meloni, ha concesso alla Russia un padiglione della Biennale di Venezia, a dispetto delle proteste e dello sdegno filo-ucraino.

Insomma, veleni e scontri all’arma bianca. Così come Vittorini mollò il Pci suscitando l’irridente sbuffo di Togliatti “soli c’ha lasciati. ..” e come le cronache del novecento traboccano di litigi tra critici di arti varie (celebri quelli sulla “decadenza” del film Il Gattopardo, celebrato però in Francia dai critici marxisti), anche a destra c’è pathos, eccome. E anche a destra gli intellettuali non risparmiano colpi ai potenti del loro mondo di riferimento.

Il ministro della Cultura che fa fuori due capi di gabinetto e un portavoce. Che non si presenta alla cerimonia di apertura della Biennale e che si contrappone anch’egli al potere costituito; uno storico di rango come Franco Cardini che lo bolla come “inadeguato a quel ruolo” dalle pagine della Stampa, preferendogli il suo predecessore.

Un altro “intellò” di solide scritture e sterminate letture come Marcello Veneziani che strapazza i suoi giovani epigoni; e la bacchetta di Beatrice Venezi finita a terra dopo una gragnuola di colpi e un ultimo knock out di Meloni, che non le perdona il fuor d’opera degli insulti agli orchestrali della Fenice.

Il bello è che il ministero che doveva indirizzare l’egemonia di cui sopra, si è rivelato il più scombussolato dopo quello di Carlo Nordio: si affaccia perfino il rischio di un passo indietro dell’eretico Giuli, malgrado sia negato dalla professione di sintonia dopo l'incontro con la premier, che allungherebbe la lista delle uscite di strada dell’esecutivo Meloni.

Senza che però tale sconquasso e la litigiosità degli intellettuali “di riferimento” abbia scoraggiato l’ostinazione della premier a voler smontare un’egemonia prodotta, a suo modo di vedere, solo “dall’amichettismo di una certa sinistra”. Finora ciò che rimane sul palco sembra essere però solo il polverone prodotto dal “nemichettismo di una certa destra”.

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