Alpini, l’orgoglio della penna nera contro i "pasdaràn" del pregiudizio

Mentre a Genova risuonano contestazioni ideologiche e accuse di militarismo, la storia e i numeri dell'Ana raccontano un'altra verità: quella di un esercito di pace che, dal Vajont al Ponte Morandi fino all'asilo di Rossosch, ha sempre risposto "presente" nel momento del bisogno

Francesco JoriFrancesco Jori

Essere intelligenti non è un obbligo, suggeriva Ennio Flaiano. Vi si sono sottratti quei pasdaràn dello scontro continuo che a Genova hanno contestato l’adunata degli alpini, dando loro dei guerrafondai, e bollando i loro raduni come parate militariste. Da anni queste salmodie ispirate a un pacifismo d’accatto si ripetono, mettendo a nudo un’abissale ignoranza della storia.

Gli incontri annuali delle penne nere, che si tengono da oltre un secolo, sono promossi e gestiti dall’Ana, l’Associazione nazionale alpini: una realtà nata all’indomani della Grande Guerra, l’8 luglio 1919, come reazione ai tragici costi causati da un conflitto che sterminò intere generazioni; alla base c’era la volontà di aiutare le famiglie dei compagni di battaglia caduti o gravemente feriti, e soprattutto di custodire e coltivare il patrimonio di solidarietà e valori umani che si era creato sulle creste e nelle trincee. Non a caso la prima adunata si tenne nel settembre 1920 in Veneto, sull’Ortigara, che si era visto assegnare la significativa etichetta di “Calvario degli alpini”.

Contro le polemiche da strapazzo, ci sono fatti pesanti come macigni per capire da che parte le penne nere si siano sempre schierate, in occasione di drammatiche circostanze sia in Italia che all’estero.

Per limitarsi alle principali, basti citare il massacro del Vajont nel 1963; lo scempio del terremoto in Friuli nel 1976 di cui in questi giorni abbiamo ricordato in cinquantesimo anniversario; la devastazione del terremoto in Irpinia del 1980; la tragica alluvione in Valtellina del 1987; il massacro del terremoto in Armenia del 1988; la missione del 1999 per aiutare i profughi albanesi in fuga durante la guerra del Kosovo; la presenza in prima fila nel terremoto de L’Aquila del 2009.

Ed è di rigore citare l’apporto alpino proprio nella Genova in cui le penne nere si sono ritrovate quest’anno: quando, il 14 agosto 2018, nel tragico crollo del ponte Morandi, a loro si rivolse per primi l’allora sindaco; e furono loro a mettersi a disposizione nei servizi di protezione civile, nel supporto ai soccorsi, nell’assistenza alla popolazione. Aiutando tutti, compresi magari non pochi di quelli che oggi li accusano di stare dalla parte della guerra.

Anche i numeri smentiscono questi stolidi attacchi. L’Ana è una realtà cui fanno capo 320 mila soci, con 80 sezioni in Italia e 30 nel resto del mondo, articolate in oltre 4 mila gruppi. E giusto per limitarsi a un solo ma eloquente esempio di quale sia il rapporto delle penne nere con le armi, è sufficiente riproporre l’impegno durato due anni, tra il 1992 e il 1993, a Rossoch, in Russia, sede del comando del Corpo d’armata alpino, lì dove nel 1943 si registrò l’epopea del “Monte Cervino”: quando oltre 700 volontari, in centomila ore di lavoro, hanno costruito un asilo. Per non parlare del generoso impegno a tutto campo all’epoca del Covid, a partire da Bergamo.

“Ruba la penna all’alpino”, figura tra le ottuse smargiassate messe in atto a Genova dalla ciurma degli antagonisti. Sabato, era il 9 maggio: quello stesso giorno di 81 anni fa, il sergente Mario Rigoni Stern faceva “ritorno a baita” nella sua Asiago a piedi, dopo la campagna di Russia, stremato, ridotto a 40 chili di peso, senza più armi, con una divisa logora, le scarpe sfondate. Ma in testa aveva quel cappello con la penna nera che portava con orgoglio dall’1 dicembre 1938, quando si era arruolato volontario tra gli alpini. Oggi profanato da quattro cialtroni.

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