Se l’abito indossa l’uniforme

Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, può essere decisivo in vista delle prossime elezioni. Nel centrodestra la coabitazione tra i leader potrebbe essere complicata

Fabio BordignonFabio Bordignon
Roberto Vannacci
Roberto Vannacci

Il 4% vi sembra poco? Può essere abbastanza. Il riferimento è alla percentuale attribuita oggi a Futuro Nazionale, il partito personale di Roberto Vannacci, che potrebbe determinare l’esito delle prossime elezioni.

L’ipotesi del pareggio continua ad animare il dibattito in vista delle prossime Politiche. Cresce, in parallelo, la tentazione, da parte di diversi partiti e leader, di fare da arbitro tra i due principali blocchi. Il “centro” è il luogo ideale nel quale, tradizionalmente, maturano queste suggestioni. Lì, soprattutto, si moltiplicano i “pareggisti” – la definizione è di Paolo Mieli. Calenda auspica apertamente un “centro che faccia saltare il banco” del bipolarismo. Nella stessa direzione – si vocifera – lavorano i fratelli Berlusconi: si è molto ricamato, a questo proposito, sull’incontro di Marina con Luca Zaia.

Ma è già successo, in passato, che a spezzare gli equilibri e privare il paese di un vincitore fosse una forza non propriamente centrista. Fu il caso del M5s nel 2013, formazione di difficile collocazione sull’asse sinistra-destra. Potrebbe succedere di nuovo, con un partito sulla cui collocazione a destra – quella più estrema e velata di nero – ci sono pochi dubbi.

Aveva visto bene Paolo Natale, grande esperto di dinamiche elettorali, quando, dopo il referendum costituzionale, aveva individuato i fattori da non perdere di vista da qui alle prossime elezioni: giovani, astensionismo e, appunto, Vannacci. Da allora, il 3% delle intenzioni di voto che si indirizzano verso il partito del generale è già salito al 4.

Un sondaggio di Demos pubblicato venerdì su Repubblica registra un 20% di gradimento personale per Vannacci. Quanto Elly Schelin, per dare un ordine di grandezza. Più di Calenda, Salvini o Renzi, a proposito di dichiarati o sospettati pareggisti.

Una strana nemesi per chi, dentro il centro-destra, ha favorito il percorso politico dell’autore del “Il mondo al contrario”. Parliamo di Salvini e della Lega, oggi tra i partiti in maggiore affanno. Per l’attuale coalizione di governo si pone invece il problema se provare a includere o meno nell’alleanza lo scomodo competitor a destra. Il dilemma incrocia anche la possibile riforma elettorale. Quella gradita a Meloni, con cospicuo premio di maggioranza, incentiva le aggregazioni, pur non garantendole. Esattamente come la vecchia legge Calderoli. Ma la coabitazione con il leader futurista potrebbe comunque rivelarsi complicata.

Non è escluso che le proporzioni del fenomeno-Vannacci possano lievitare ulteriormente. Del resto, nonostante la sconfitta di Orbán in Ungheria, la crescita della destra europea non sembra arrestarsi, con Afd primo partito in Germania, Reform UK nel Regno Unito, Rassemblement national in Francia. In Italia, come emerso chiaramente già all’indomani delle Politiche 2022, l’accesso di FdI al governo aveva svuotato definitivamente lo spazio politico delle forze antagoniste: quello di chi può affermare di non essere mai stato al potere. Ma il vuoto, in politica, trova sempre qualcuno pronto a riempirlo. Qualcuno pronto, magari, a rimettere momentaneamente nell’armadio l’uniforme militare. Per indossare la divisa da arbitro. 

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