Perché le vittime di Crans-Montana resteranno sole
L’Italia ha poche possibilità di vedere accolta la richiesta di costituirsi parte civile nel procedimento aperto in Svizzera

Alla fine vedremo se è stata un’intuizione geniale dettata dal cuore, un errore di calcolo o una furbata. Comunque sia, ci sono parecchi interrogativi sull’intenzione del governo di costituirsi parte civile nel procedimento aperto in Svizzera dopo la tragedia di Crans Montana. Ancor di più se ne trovano nella volontà di chiedere che la Commissione Ue faccia altrettanto, auspicio che potrebbe diventare un trappolone politico per Bruxelles se l’esito della vicenda, come probabile, dovesse essere diverso da quello che si è fatto capire all’opinione pubblica scossa dal dramma di San Silvestro.
Il caso impone terminologia e logica diverse da quelle italiane, perché in Svizzera non esiste la “parte civile” come nel nostro codice di procedura penale. La figura funzionalmente equivalente è quella dell’accusatore privato (Privatklägerschaft), concetto che identifica la “persona offesa”, direttamente lesa nei propri diritti dal reato. Questo può valere anche per enti pubblici e Stati, a condizione che siano colpiti direttamente, e non si introducano come garanti dell’ordine pubblico o rappresentanti di interessi collettivi.
La legge svizzera prescrive che uno Stato o un ente pubblico possano intervenire nel procedimento solo se ricorrono cumulativamente tre circostanze: il danno diretto di un bene giuridico proprio; il nesso causale diretto tra il comportamento illecito del privato e il danno subito dall’ente; l’esistenza di pretese civili concrete, risarcimenti o riparazioni. In sintesi, è ammesso al Privatklägerschaft un Comune proprietario di un’infrastruttura distrutta dalla negligenza di una società privata. Ma non uno Stato che si costituisca per “rappresentare le vittime” di un disastro causato da un’impresa privata.
Ne consegue che l’Italia ha poche possibilità di vedere la richiesta accolta. Le vittime, nel rogo di Crans Montana, sono i cittadini e le famiglie; sono loro che devono aver giustizia, che devono essere indennizzati, che lo Stato deve assistere. L’Avvocatura si è già espressa in questo senso. Oltretutto, l’apertura di una inchiesta penale a Roma, e Parigi, rafforza già di suo il fronte dell’accusa.
E allora? A “pensare bene”, si può immaginare che l’Italia, dopo aver gettato il cuore oltre l’ostacolo per ragioni di comunicazione, tema lo smacco e cerchi nell’Ue un partner per convincere gli svizzeri a darci un ruolo nel procedimento, nonostante il contesto non lo preveda espressamente. Oppure che, in caso di sconfitta, Roma conti di dichiarare di aver perso insieme con, o nonostante, l’impegno della Ue.
A “pensare male”, si nota come la in genere bistrattata Ue diventi un auspicabile attrezzo da miracolo, cioè un salvagente improbabile quanto facile da vendere ai media. L’intoppo è che non si vede perché la Commissione dovrebbe intervenire. Non ci sono precedenti: Bruxelles agisce quando vede leso il suo interesse nei giudizi nazionali, tipo frodi al bilancio comune.
Se l’Italia dovesse insistere per farne una parte civile, la risposta sarebbe con tutta probabilità negativa, con la conseguenza di sentire i soliti noti gridare che “l’Europa dimentica i morti di Crans”. Ecco il trappolone rumoroso. La maggioranza, per far dimenticare un passo più lungo della gamba nato da esigenze di consenso, se ne potrebbe uscire proclamando il “tutta colpa dell’Ue”. Il che, ovviamente, non sarebbe vero. Perché la legge può essere dura, ma è la legge.
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