La strage di Crans-Montana e quella tragica equazione che continua a ripetersi

La combinazione tra folla e materiali infiammabili spesso è causa di disastri. Tragedie spesso evitabili, se finissimo di nasconderci dietro al “non è mai successo niente”

Stefano Zanut*
Fiori, lumini, lacrime e ricordi dopo la tragedia di Capodanno a Crans-Montana. La strage dei ragazzi ha riaperto il dibattito sulla sicurezza, troppo spesso ignorata nei luoghi di lavoro e di aggregazione foto ansa/epa
Fiori, lumini, lacrime e ricordi dopo la tragedia di Capodanno a Crans-Montana. La strage dei ragazzi ha riaperto il dibattito sulla sicurezza, troppo spesso ignorata nei luoghi di lavoro e di aggregazione foto ansa/epa

«Mio padre mi ha sempre cresciuto così: “Se c’è un pericolo scappa!”». Sono le parole di un ragazzo fuggito illeso dall’incendio di Crans-Montana e che non si possono ignorare, proprio per questo accentuano ancor di più la profonda ferita di questa tragedia e il dolore che ha causato.

Tirano in ballo non solo l’importanza di un percorso educativo sui temi della sicurezza, che può essere proposto con semplici parole che riguardano tutti, ma anche la responsabilità che ognuno di noi porta con sé nel gestire quella degli altri, di possibili nostri ospiti.

Non sono impegni da poco e tirano in ballo il nostro senso di vivere in una società nel rispetto di ognuno. Gli ambienti della nostra quotidianità, infatti, dovrebbero garantire le necessarie condizioni di sicurezza, invitarci ad entrare mettendo al centro la qualità del servizio offerto, tra cui le prestazioni della sicurezza non rappresentano certo un aspetto minimale. Anche l’ambiente per una festa di fine anno dovrebbe essere così.

L’evento di Crans-Montana ci risveglia violentemente su questi temi sbattendoceli in faccia. Forse non siamo molto attenti a queste circostanze e, sempre forse, tendiamo a tenerle lontane per non turbare la certezza che certe cose a noi non capiteranno mai, così ci nascondiamo dietro affermazioni del tipo “Non è mai successo niente”, come se ciò nascesse da competenze o esperienze che invece non abbiamo.

Indagando su casi analoghi possiamo scoprire che quanto successo la notte del primo dell’anno rappresenta una condizione tutt’altro che remota e in queste circostanze l’equazione folla + materiali infiammabili + pirotecnica = disastro si ripete con drastica fatalità. Un’equazione semplice ed ovvia, ma la verità è che, purtroppo, così ovvia non lo è se casi come questi continuano a ripetersi.

Negli ultimi 25 anni, infatti, si sono verificati 17 grandi incendi in discoteche e locali simili con elevato affollamento per la maggior parte causati dalla combinazione di materiali infiammabili innescati dall’uso di prodotti pirotecnici. Eventi che hanno causato il decesso di oltre 1. 000 persone e il ferimento di molte di più.

Sono dell’anno appena trascorso due gravi episodi: l’incendio di un night club a Kočani, nella Macedonia del nord, con il decesso di 63 persone e il ferimento di 193, e un analogo incendio ad Arpora, in India, dove hanno perso la vita 25 persone e 50 sono rimaste ferite. In entrambi i casi l’incendio è stato causato dall’accensione di prodotti pirotecnici, proprio come accaduto nel locale di Crans-Montana.

Tragici episodi accomunati non solo da queste circostanze, ma anche dalla mancanza di adeguati presidi di sicurezza che avrebbero certamente contenuto, se non annullate, le loro conseguenze. L’assenza di un adeguato sistema d’esodo con uscite di sicurezza, nonché l’inadeguatezza di impianti antincendio e di personale capace di gestire la situazione critica nel suo nascere rappresenta un ulteriore elemento di amplificazione delle conseguenze.

Quest’ultimo aspetto riguarda quello che chiamiamo “piano di emergenza”, una strategia di sicurezza importante di cui si parla molto, specialmente dopo eventi di questo tipo, ma che al di là del parlarne non trova ancora la concretezza operativa che dovrebbero avere. In sostanza lo identifichiamo spesso come un semplice adempimento normativo, non un vero e proprio strumento per salvare vite. Ciò vale anche per l’informazione degli utenti su questi aspetti e il loro coinvolgimento attivo con prove capaci di restituire alle persone coinvolte, ma anche a chi gestisce l’attività, un’idea concreta di cosa voglia dire organizzare un’attività del genere. Anche qui, purtroppo, tocchiamo ancora quel nervo scoperto della sottovalutazione, se non negazione, della loro importanza.

Inevitabilmente nelle discussioni che seguono questi eventi viene ripreso il concetto di cultura della sicurezza, di cui sarebbe importante se ne parlasse di più a casa («Mio padre mi ha sempre cresciuto così»...) e a scuola, oltre che nei luoghi di lavoro, che diventasse un vero e proprio strumento al servizio di tutti aiutandoci a far capire che sicurezza non vuol dire “Non è mai successo niente”, ma che non deve accadere nemmeno una volta. 

* Stefano Zanut è Architetto e Direttore Vicedirigente in quiescenza del Comando Vigili del Fuoco di Pordenone. È un esperto nell’analisi e nella gestione di eventi emergenziali su cui ha pubblicato numerosi contributi a carattere tecnico-scientifico

 

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