I fragili scudi dell’economia italiana

il timore di ricadute prodotte dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Il presidente Usa Donald Trump insieme al premier israeliano Benyamin Netanyahu
Il presidente Usa Donald Trump insieme al premier israeliano Benyamin Netanyahu

È diffuso il timore di ricadute sull’economia italiana prodotte dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran. Anzi, già si vedono i primi impatti delle operazioni militari sui prezzi di gas e petrolio. Nessuno stupore, naturalmente: il conflitto era atteso. Infatti, già a giugno la banca d’affari Goldman, nell’ipotesi del blocco del Golfo di Hormuz, paventava il greggio a oltre 100 dollari al barile.

C’è dunque un rischio prezzi a sua volta determinato da due fattori. Uno è il tempo di tenuta della capacità militare iraniana. L’altro, coerente al primo, sta nella capacità degli Usa di costruire a Teheran un equilibrio politico meno favorevole a Mosca e Pechino. Certo è che l’azione militare ha capovolto le “preoccupazioni” degli analisti, passati dal prezzare un mercato da eccesso al timore di scarsità politico/bellica di offerta di gas e di greggio.

La crisi, vista da Washington, trova Trump che applica alla scacchiera internazionale la dottrina strategica del domino per isolare progressivamente Russia e Cina dai loro referenti: ieri il Venezuela, oggi l’Iran. Al contempo, però, i fatti del Medio Oriente minacciano conseguenze severe per la nostra economia. Lo evidenzia la ricorsa (soprattutto in termini percentuali) del prezzo del greggio come delle quotazioni del gas ad Amsterdam.

Purtroppo il conflitto in corso pone problemi che vanno oltre gli oneri posti all’economia dai costi delle materie prime energetiche. Perché un’economia come la nostra (di trasformazione) importa via mare materie prime e semilavorati per poi esportarvi prodotti finiti. Logico quindi che le condizioni delle “autostrade del mare” siano per essa di vitale importanza.

In altri termini l’attuale crisi bellica ci trova esposti anche su questo fronte. D’altra parte è ovvio che le navi portacontainer abbiano agli stessi rischi e problemi sia delle petroliere che delle navi gasiere. Così il blocco del Golfo di Hormuz come le minacce degli houti (vicini a Teheran) nel Canale di Suez espongono le economie aperte come l’italiana a ritardi nelle spedizioni e a pesanti maggiorazioni di costi assicurativi e di noli marittimi.

Per fortuna c’è un “pompiere” pronto a intervenire per abbassare i prezzi almeno del greggio. È l’Opec+1, il gruppo composto da alcuni dei principali paesi esportatori di petrolio. Infatti è disposta ad aumentarne la produzione. Il fine è di evitare uno shock destabilizzante l’economia reale e finanziaria globale. Ma solo se la commercializzazione dei barili aggiuntivi sarà resa possibile dall’assenza di blocchi duraturi delle “vie del mare”.

Perché l’Opec +1 nulla o poco potrebbe fare dinnanzi al completo blocco del Golfo di Hormuz, un collo di bottiglia strategico dove passa quotidianamente un quinto del gas liquefatto e del petrolio trasportato via mare. Naturalmente a parare il colpo ci sono le scorte di gas che in Europa, a parte la Germania, sono accettabili. Ma radicalizzandosi la situazione in Medio Oriente lo choc energetico (prezzi e/o quantità) arriverebbe comunque.

Poi c’è il concreto rischio inflazione che già allerta la Bce. Il timore di Eurotower, durando questa guerra, è il legarsi assieme di cadute produttive e del formarsi di aspettative inflattive. In poche parole significa prudenza rispetto a futuri tagli dei tassi. Tutto problemi per l’Italia. La questione è: disponiamo di scudi per proteggerci? Il timore è che siano davvero poca cosa. —

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