Non basta chiudere le piazze anche se il disordine disturba
Quando le istituzioni democratiche rinunciano alla funzione fondamentale di ascolto e mediazione dei conflitti di dissenso rischia di diventare rabbia trasformando così le manifestazioni di protesta in un terreno di scontro

Si chiama piazza Libertà, battezzata così nell’entusiasmo del primo dopo guerra che riportò Trieste all’Italia. Un nome pieno di speranza per una piazza che si affaccia sulla stazione che fu dell’Impero dei popoli e poi punto d’arrivo e di partenza su un confine pericoloso, oggi stazione periferica di una città in cerca d’identità, proprio lei che fin troppa ne ha avuta.
Che bel nome per una piazza. Piazza Libertà. Sembra di sentirlo soffiare il vento gagliardo un po’ garibaldino, un po’ irredentista e un po’ partigiano. Sono tante in Italia le piazze Libertà. A Trieste da qualche tempo c’è chi la chiama anche piazza del Mondo perché, in mancanza di luoghi adatti, è qui che si radunano le persone migranti arrivate faticosamente da varie parti del mondo: vi trovano un primo soccorso sanitario, vestiti, cibo, informazioni, solidarietà umana. Soprattutto vi trovano tante persone, giovani e adulti, volontari, residenti o accorsi da altre città da per dare una mano, un abbraccio, una battuta, uno scambio di sguardi e di storie.
Era bella piazza Libertà, con gente di ogni età e lingua, con le suore, gli scout, i turisti con le valige, le volontarie allegre, c’era il buonumore che nasce dallo stare insieme e dai gesti gratuiti - dalla piazza che è polis, luogo principe della partecipazione democratica.
C’era l’allegria dei ragazzi, dei bambini portati in gita che vedevano come il mondo è ingiusto ma si può sempre un po’ aggiustare. Non c’era solo questo naturalmente, nel contorno della piazza c’erano anche i furti, la piccola criminalità, ma c’era anche tutto il resto. Ora quel resto non c’è: a camminarci il sabato sera la piazza è spettrale. Nei giorni della settimana i volontari che aiutano hanno il tempo contato, ché le ragioni della sicurezza e del decoro hanno imposto limiti stretti all’azione sovversiva e civile della solidarietà. Vige un silenzio poliziesco che alcuni ricordano nelle sere nelle piazze governate dalle dittature, dove è meglio tenere le porte chiuse, farsi gli affari propri.
C’era la piazza del Mondo, ora è deserta e un po’ spaventosa.
C’erano le piazze degli studenti. A Lisbona, a Tirana, a Madrid, a Bruxelles. In tante piazze d’Italia. Ragazzi e ragazze, quelli che da decenni vengono insultati: bamboccioni, sdraiati, fragili e insicuri, social dipendenti. D’altra parte, diceva bene qualche giorno fa lo psicologo Matteo Lancini ai microfoni di una radio: «Non ci sono mai stati così tanti adulti che se ne sono fregati delle nuove generazioni», che li hanno insultati e zitti, mentre oliavano i chiavistelli per chiudere bene le porte e tenerli fuori: dalle università, dai media tradizionali, dai posti di lavoro con contratti decorosi.
Intere generazioni di adulti li hanno giudicati indolenti, attaccati agli schermi e quando invece ragazzi e ragazze sono scesi in piazza, allegri, preparati, con le loro istanze precise – diritto allo studio, all’alloggio, a un mondo plurale, a un lavoro sicuro e magari anche a un consultorio pubblico – nessuno li hanno ascoltati.
Sono serviti nel momento critico del referendum costituzionale, poi dimenticati. Un sollievo saperli davanti allo schermo. E se invece scendono in piazza? Che lo facciano anche loro, come i volontari di Trieste, in orari ridotti, con molti paletti e tanti controlli a intimidire, limitare, zittire.
Poi succede che a pretendere il silenzio, se qualcuno ha qualcosa da dire deve urlare per farsi sentire. Come ha ben scritto Michele Serra qualche giorno fa “se sprecassi righe di questo articolo per dire che la violenza va condannata senza se e senza ma farei male il mio mestiere. Eviterei con una formuletta retorica scontatissima il dovere di raccontare la realtà sociale nella quale vivo e agisco”.
E se il racconto della realtà è pienamente attingibile proviamo a farci qualche domanda: da dove nasce questa violenza della piazza che ha zittito in un sol colpo l’intelligenza, le istanze e la nuova energia unita di ragazzi e ragazze che non sono più disposti ad accettare un mondo di disuguaglianze, dove la violenza è loro imposta ogni giorno come sottrazione sistematica di futuro? A chi conviene tutto questo? Chi organizza con precisione fatale le piattaforme che facilmente mobilitano chi non ha niente da perdere?
Uno Stato democratico è quello che ha sempre la capacità di agire come piattaforma politica che bilancia modera i conflitti tra gruppi sociali in modo equo, attraverso i mezzi democratici, ma se l’interesse non fosse più il preservare questo nostro orizzonte democratico?
Lasciamo da parte lo sterile esercizio dell’indignazione e proviamo a capire in che momento e perché i diritti di cittadinanza sono diventati un bene per pochi, per quali ragioni ragazzi e ragazze sono soggetti che ci appassiona definire più che ascoltare e a cui lasciare il meno spazio possibile, quanto a lungo le istanze per un futuro di progresso sono state ignorate fino diventare scontro violento di classe, di generazione, a cui non c’è risposta se non la repressione. Non ci sono risposte facili, ma è importante porci le domande giuste.
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