I valori da condividere per la sfida climatica

Siamo chiamati tutti individualmente ad agire, per quanto sta a ciascuno, pensando all’ambiente anche nei piccoli gesti quotidiani

Vincenzo MilanesiVincenzo Milanesi
Turisti cercano refrigerio dal caldo a una fontanella (foto Ansa)
Turisti cercano refrigerio dal caldo a una fontanella (foto Ansa)

Quando si parla di climate change, è frequente vedere in azione un dispositivo particolarmente interessante del linguaggio: il suo uso “persuasivo”, che è diverso da quello “descrittivo”, ottenuto ricorrendo a parole polisemiche, che hanno molti significati, e privilegiando quello che più conviene a sostegno della propria tesi.

È il caso della contrapposizione a livello semantico dei termini “ideologico” e “pragmatico” come aggettivi per definire le politiche da adottare nella situazione attuale.

L’aggettivo “ideologico” viene usato per indicare, in modo evidentemente “persuasivo”, il carattere astratto e non realizzabile di una forma di ambientalismo radicale, impraticabile, viziato da un pregiudizio “ideologico” di marca anti-industrialista.

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Il fiume Po lo scorso 6 agosto (foto Ansa)

A questa forma ne viene contrapposta una diversa, definita con l’aggettivo “pragmatico”, dove il termine, anche qui usato in forma “persuasiva”, sta ad indicare la concreta realizzabilità di una politica ambientalista alternativa a quella “ideologica”, anche se spesso non ben specificata nella sua efficacia effettiva.

La coppia semantica “ideologico”-“pragmatico” parlando di politiche ambientali rischia di essere fasulla, e fuorviante. Respice finem, guarda bene che obiettivo vuoi raggiungere, ci insegnano gli antichi. Ed è da qui che bisogna partire, dalla condivisione, autentica e in buona fede, del “fine”, dell’obiettivo.

Bisogna decidere se si condivide la valutazione sulla gravità estrema della situazione ambientale sempre più – letteralmente – disastrosa, produttiva di disastri di vario genere e specie, oppure no. C’è una scala di valori da condividere, insomma. Siamo consapevoli, per davvero, che è ormai non più rinviabile una politica ambientale di mitigazione degli effetti dello sfruttamento senza limiti delle risorse energetiche, anche pagando un prezzo, quello che è inevitabile, necessario pagare?

Se si parte dalla premessa che comunque “prima” viene la difesa del tessuto industriale e “poi” le questioni ambientali sarà impossibile procedere di pari passo, e trovare un compromesso tra le rispettive esigenze, quelle dell’ambiente e quelle delle imprese. Che sono esigenze che invece devono essere poste su un piano di pari importanza.

Da perseguirsi senza fondamentalismi, certo, ma sapendo che tutte, nessuna esclusa, le istanze in gioco devono rinunciare a qualcosa, per raggiungere un compromesso ragionevole. Attraverso forme di intervento che tengano conto il più possibile anche del contesto socio-economico, ma avendo ben chiaro l’obiettivo, consapevoli che è pericoloso, e controproducente, individuare una variabile indipendente del sistema.

Solo così sarà possibile superare la (falsa) dialettica verbale “ideologico”-“pragmatico”. Di questa impostazione dovrebbe essere garante la classe politica, superando logiche miopi in chiave elettoralistica. E dicendo parole di verità, ai cittadini.

Non illudendoli che esistano, chissà come e dove, pasti gratis. E dicendo chiaramente loro che siamo chiamati tutti, individualmente, indistintamente, ad agire, per quanto sta a ciascuno, pensando all’ambiente anche nei piccoli gesti quotidiani. È una sfida difficile, esistenziale. Ma che non possiamo perdere.

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