Cosa resta all’uomo se il robot batte Bolt

La questione vera non è se un robot possa correre più veloce di un uomo, ma quale ruolo avranno queste macchine nel futuro e quanto sapremo governarlo

Gianni Moriani
epa13184821 A humanoid robot runs during a 100m event at the 2026 World Humanoid Robot Games in the National Speed Skating Oval in Beijing, China, 22 August 2026. The 2026 World Humanoid Robot Games are being held in Beijing until 26 August. EPA/WU HAO
epa13184821 A humanoid robot runs during a 100m event at the 2026 World Humanoid Robot Games in the National Speed Skating Oval in Beijing, China, 22 August 2026. The 2026 World Humanoid Robot Games are being held in Beijing until 26 August. EPA/WU HAO

Pechino, sabato. Un umanoide corre i cento metri in 9,32 secondi. Il tempo è inferiore al record mondiale maschile di Usain Bolt: 9,58 secondi, stabilito a Berlino nel 2009. Diciassette anni di primato umano superati in una prova preparatoria dei secondi World Humanoid Robot Games.

Il robot si chiama Lightning, fulmine. Lo ha costruito Honor, produttore cinese di smartphone che ha deciso di correre anche sull’altra pista, quella della robotica. Nella prova ha toccato una velocità massima di 14,5 metri al secondo. Non è la sua prima sorpresa: in aprile aveva già vinto la mezza maratona di Pechino, 21 chilometri in 50 minuti e 26 secondi, un ritmo superiore al record mondiale d’élite.

Da allora gli ingegneri gli hanno allungato le gambe di dieci centimetri, fino a 1,05 metri, in vista dei Giochi. Un atleta che si prepara senza allenamento, senza fatica, senza dolore: un corpo che migliora la propria prestazione per via di ingegneria.

Dietro la macchina che corre c’è una strategia industriale. Pechino considera la robotica umanoide un settore prioritario, convinta che l’unione tra intelligenza artificiale, nuovi materiali e hardware avanzato possa trasformare manifattura, logistica e vita quotidiana. Il fulmine che supera Bolt non è dunque una curiosità sportiva: è un messaggio industriale affidato alla forma più immediata, una gara. Un cronometro che mette a confronto due mondi.

Lightning assomiglia a noi: due gambe, un busto, una testa, un’andatura costruita per imitare la corsa umana nei suoi movimenti fondamentali. Ma non è una persona. Non conosce il fiato corto dopo lo sforzo, non teme l’infortunio, non invecchia inseguendo un tempo migliore, non ha imparato a camminare cadendo. Assomiglia a un corpo, ma non ha una biografia.

La tradizione racconta che Dio creò Adamo ed Eva dalla materia e dal soffio vitale: una creatura legata a una discendenza, a una storia, a un nome. Oggi è l’uomo a creare, ma crea qualcosa di diverso: non una stirpe, uno strumento capace di superare alcuni limiti del proprio creatore.

Il confronto apre una domanda: quei due numeri misurano davvero la stessa cosa? 9,58 secondi raccontano il limite della carne, dell’allenamento, della genetica, della volontà. 9,32 raccontano il limite raggiunto dall’ingegneria. Il cronometro è lo stesso, il significato no.

La questione vera non è se un robot possa correre più veloce di un uomo, ma quale ruolo avranno queste macchine nel futuro e quanto sapremo governarlo. Per un territorio costruito sulla manifattura la domanda si fa concreta: non chi erediterà il futuro, ma chi saprà guidarlo.

La prossima competizione non sarà solo tra uomini e macchine, ma tra chi progetta, usa e integra queste tecnologie nei propri sistemi produttivi, e chi si limita a osservarle . Imprese, scuole, istituzioni comprese, se sapranno tenere centrale il valore delle competenze umane.

Restano le domande di sempre, con parole nuove. Che cosa distingue una prestazione da una vita? Che cosa resta dell’unicità umana quando velocità, resistenza e precisione si progettano in laboratorio? Lightning non risponderà mai: non gli serve, lui corre e basta. Toccherà a noi, più lenti e più mortali, decidere dove vogliamo andare.

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