La grande partita del Nord è solo all’inizio

Il rinnovamento della Lega deve passare da un ricambio al vertici, ma il Carroccio è diventato il partito di Salvini: la successione è un nodo insolubile

Fabio BordignonFabio Bordignon
Il leader della Lega Matteo Salvini
Il leader della Lega Matteo Salvini

Ci sono due questioni che si incrociano nella crisi, apparentemente senza uscita, nella quale è precipitata la Lega. La questione personale e la questione territoriale. Nessuna delle due di semplice soluzione.

Sulla prima, in realtà, la diagnosi è piuttosto immediata. La Lega, come noto, è diventata il partito di Salvini. La crisi del partito coincide con quella del leader. Il rinnovamento non può che passare attraverso un ricambio al vertice. Peccato che, in un partito personale, la successione diventi un nodo quasi insolubile. Non è (solo) un problema di ambizione o “coraggio” dei possibili sfidanti: l’organizzazione interna, ormai, è plasmata a immagine del capo; una fetta consistente della classe dirigente è formata da pretoriani del leader.

Le soluzioni immaginate finora sono, comunque, delle non-soluzioni. L’affiancamento di un vice, la creazione di un direttorio che includa l’attuale segretario: sono, al più, degli espedienti per accompagnare il partito alle elezioni. Limitando i danni. L’alternativa, forse preferita da altri, è aspettare che sia l’esito elettorale a mettere la parola fine alla guida salviniana. Di qui, però, un ulteriore dilemma. Meglio attendere che l’attuale dirigenza vada a sbattere, con il rischio che sia poi troppo tardi? Oppure lanciare oggi il guanto della sfida, con il rischio di avviare uno scontro fratricida, dai tempi e dagli esiti incerti, ormai alla vigilia della campagna elettorale?

L’altra questione è quella territoriale. Il percorso è noto: il salto dalla Lega regionalista, autonomista, a tratti secessionista… alla Lega nazionale, a tratti nazionalista. È possibile ri-localizzare un partito localista dopo che è stato de-localizzato? Ha ancora senso rilanciare le vecchie battaglie nel nome del Nord? Qui si innestano, inevitabilmente, ulteriori linee di tensione, tutte interne al Nord leghista. In particolare, la divisione tra l’anima lombarda e quella veneta. Una tensione presente fin dalle origini. In un partito nel quale, a dispetto della geografia elettorale, il cuore organizzativo è sempre stato lombardo. Così come i tre segretari.

È il caso di notare, allora, come l’iniziativa di questi giorni arrivi soprattutto da Milano. Più precisamente, da Marina di Pietrasanta (Lucca), dove il Presidente della Lombardia Attilio Fontana e il segretario regionale Massimiliano Romeo lanciano le loro proposte su come “Fare la Lega” (titolo del libro di Romeo presentato al festival della Versiliana). Proposte nelle quali i leader nordestini (Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti) sono per ora citati solo “indirettamente”: per dire che dovranno essere coinvolti e che qualcuno di loro ha maggiore appeal di Salvini.

Non a caso, da quanto riporta Il Giornale, le reazioni dell’entourage salviniano ricondurrebbero l’offensiva ad una “questione lombarda”. Si tratta, naturalmente, di una lettura di

parte, interessata a segnalare le possibili divisioni della costituenda opposizione interna. Segnala, comunque, come il cosiddetto partito del Nord non debba essere considerato un monolite. Sarà bene tenerne conto quando osserveremo, nei prossimi mesi, gli sviluppi di una partita che è solo agli inizi.

 

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