Gli eurobond tra utopia e via possibile
Gli eurobond resteranno utopia finanziaria in attesa che la politica decida se il debito pubblico europeo debba sostituire o solo integrare i debiti nazionali

Talvolta gli eurobond sembrano l’utopia finanziaria dell’Unione Europea. Ora appena rievocati al vertice al castello di Alden Biesen, in Belgio. Lo ha fatto Parigi; ma Berlino si è opposta nonostante le aperture della Bundesbank. D’altronde ciò è tipico degli “Stati-formica”, cioè con finanze pubbliche ancora con buon spazio fiscale, che temono di dover saldare il conto per altri.
Insomma, per bocca di Berlino gli “Stati-formica” vogliono evitare che la virtù paghi pegno. Quindi si oppongono alla possibilità che le classi politiche degli “Stati cicala” fuggano il costo dei loro deficit mutualizzandone gli oneri fiscali a carico dei primi. È un dibattito che accompagna l’Ue da anni. C’era voluto il Covid e il seguente Next Generation Eu (Ngeu) a smuovere le acque.
È stato possibile solo perché la creazione di debito comune era limitata negli orizzonti. La conseguenza è che il mercato degli eurobond è marginale (poco liquido) per poca offerta di passività europee. Nondimeno, oggi le resistenze “storiche” agli eurobond sono sfidate dalla geopolitica che richiede all’Ue politiche di difesa e, correlate ad essa, di sviluppo tecnologico. Per l’Unione significa necessità di titoli di debito per finanziarsi.
Nonostante ciò almeno in parte gli eurobond resteranno utopia finanziaria in attesa che la politica decida se il debito pubblico europeo debba sostituire o solo integrare i debiti nazionali, al contempo individuando responsabilità e garanzie condivise. L’emissione di debito europeo nel bisogno è possibile senza aspettare l’unità federale (di fatto messa tra parentesi dalla Germania di Merz). Lo dimostra il fatto che già la Comunità Europea (dal 1993 evoluta in Ue) emetteva debito comune. Lo faceva nel 1975 con il Meccanismo di Prestito Comunitario (Clm). Questo doveva collocare debito (obbligazioni) della Comunità Europea sui mercati dei capitali privati.
Da allora derivano due considerazioni positive. Una è che le emissioni debitorie della “vecchia” Comunità Europea andarono tutte a buon fine, così precostituendo fiducia nei mercati. La seconda, politica, è che storicamente dal Secondo Dopoguerra gli Stati d’Europa hanno saputo sostenersi reciprocamente. Attualizzando, oggi la questione politica è che volere fare debito per produrre beni pubblici richiede l’ampliamento del bilancio Ue.
Ovvero di trasferire competenze a Bruxelles. Il problema è che è altra la tendenza egemone in Ue. Lo evidenzia quanto emerso al castello di Alden Biesen e poi a Monaco. Un’altra via per gli eurobond, più facile perché più tecnica e meno impegnativa istituzionalmente, è di farne un safety asset, cioè un’attività finanziaria sicura denominata in euro; cioè capace di fare da punto di riferimento nel mercato finanziario europeo.
Lo scopo è competere con il dollaro. A Monaco la Bce ha annunciato la sua mossa. Precisamente l’Eurotower, ampliando scelte già del 2022, estende a tutte le Banche Centrali la possibilità di ottenere liquidità a patto di dare in garanzia bond di area euro. Un ottimo viatico per un safety asset in euro.
Gli eurobond appaiono come una casa in costruzione. Geopolitica e diplomazia monetaria ne condizioneranno l’esito tuttora aperto. —
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