Affitti brevi, Roma al bivio sulla proposta Ue: ecco perché non è una misura “da Unione sovietica”
È un tentativo di stabilire principi omogenei in tutti i Paesi del mercato unico perché l’attività sia trasparente, sostenibile e fiscalmente responsabile

Dal telegiornale della tv di Stato tracima la furia del governo italiano che accusa l’Europa di “voler impedire gli affitti brevi”. Non è così.
I fatti sono che, a fronte delle molteplici richieste nazionali di un quadro normativo per affrontare una questione che genera almeno tanti dolori quante gioie, l’esecutivo comunitario propone un regolamento che – se approvato – “potrà consentire a una autorità competente” locale di intervenire laddove lo si ritenga necessario per limitare il proliferare selvaggio degli alloggi turistici.
Non è “roba da Unione sovietica”, come si è sentito. È un tentativo di stabilire principi omogenei in tutti i Paesi del mercato unico perché l’attività sia trasparente, sostenibile, fiscalmente responsabile e rispettosa di chi vuole mettere un alloggio a reddito, ma anche di chi fatica a trovare una casa in locazione.
Il fenomeno degli affitti brevi in Italia vive un formidabile e naturale boom. Offrire un approdo a chi viaggia è potenzialmente una buona fonte di guadagno, una risorsa per il turismo e un’alternativa concessa per i proprietari che lamentano frequentemente dei rischi legati alla morosità o ai cattivi inquilini.
Numerosi studi, dalla Bce a Bankitalia, provano però che il diffondersi degli Airbnb contribuisce ad alzare i valori immobiliari e i costi degli affitti (+4,4 per cento annuo). La Commissione Ue risponde con la formula delle “aree sotto stress” che rischiano di perdere l’anima di centro urbano e diventare dei lunapark, Venezia o Firenze centro, per dirne due.
Sono queste le località in cui “l’autorità competente” nazionale potrebbe intervenire se ritiene che le locazioni turistiche “aggravino la pressione sulla domanda di immobili”, perché “riducono la disponibilità di alloggi primari e spingono sull’inflazione facendo salire i canoni e i valori delle case”. Il concetto contempla anche la valutazione degli effetti sociali e la vivibilità dei residenti.
Non si tratta di limitare il mercato, bensì di evitare che esso colpisca categorie già vessate dall’incertezza, le famiglie giovani che non possono comprare una casa o gli studenti e lavoratori fuori sede. È verificato che la rendita turistica tende a sostituire la residenziale e svuota i centri accoglienti dove mancano le opportunità, se non in bar, ristoranti e alberghi, settori dove fra l’altro il lavoro è più precario e meno pagato.
È responsabilità del governo scrivere col parlamento le regole di una convivenza ispirata ad un benessere diffuso, a Roma e Bruxelles. Ed è suo dovere farlo nell’interesse di tutti. Vuol dire assicurarsi che sia legittimo e facile affittare una casa a un turista, applicando una tassazione equa e implacabile.
E anche che ogni diritto sia rispettato, quello del padrone di poter riavere l’appartamento a fine contratto e quello di chi cerca una soluzione abitativa a un valore non dopato da Airbnb e simili.
La Commissione ha scritto una proposta. In Europa decidono governi e parlamenti nazionali, non i funzionari dell’esecutivo, così conforta che il governo prometta battaglia. È bene che lo faccia, purché sia giusto e non favorisca chi ha tante case ai danni di chi ne vorrebbe trovare (o conservare) una in affitto nella città dove ha deciso di vivere e non solo da turista.
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