Accordo Usa-Iran, un disastro strategico per la Casa Bianca
I risultati di “Furia epica” parlano chiaro: la guerra ha prodotto il rafforzamento interno ed esterno del regime iraniano

L’accordo tra Stati Uniti e Iran, che sotto forma di memorandum rinvia i nodi più spinosi del conflitto al round negoziale che si terrà nei prossimi due mesi, sarà firmato a Ginevra nel fine settimana.
Trump, che dopo essersi infilato nella trappola persiana ha cercato di uscirne al più presto per evitare contraccolpi nelle elezioni di Midterm, prova ora a venderlo come trionfale vittoria: in realtà, si tratta di un autentico disastro strategico per la Casa Bianca.
Certo, insieme a Israele, gli Usa hanno decapitato il vertice del gruppo dirigente, seriamente danneggiato il programma nucleare, il potenziale bellico e l’industria degli armamenti, di Teheran, ma i risultati di “Furia epica” parlano chiaro: la guerra ha prodotto il rafforzamento interno ed esterno del regime iraniano.
Sul primo versante le parole di Trump, che ribadisce come non gli sia mai importato nulla del cambio di regime a Teheran, sono l’ennesimo colpo per l’opposizione iraniana, già stordita dalla violenta repressione e illusa dagli appelli filo-insurrezionali dello stesso Trump e di Netanyahu.
Difficile pensare che possa facilmente superare lo scacco politico e psicologico intrinseco al tradimento di The Donald. Tanto più che, se riuscisse a far cancellare le sanzioni, il regime potrà redistribuire risorse e riacquisire consenso, separando il malessere per motivi economici da quello per ragioni di ordine politico.
Sul fronte esterno, si staglia all’orizzonte un Iran deciso a giocare un ruolo rilevante nella politica internazionale. A partire da Hormuz, variabile comunque destinata a condizionare, anche in futuro, l’economia mondiale: come sembra certificare Teheran precisando che l’intesa con gli Usa recepisce che la sovranità sullo Stretto riaperto – e sminato dalla missione di “volenterosi” ai quali parteciperà anche l’Italia –, sarà condivisa tra Iran e Oman e che per transitare si pagherà un pedaggio.
Con la decisione di allargare il conflitto su scala regionale, contando sul suo impatto globale, gli iraniani hanno, poi, messo alla prova i rapporti di Washington con gli alleati del Golfo, ai quali, nonostante i decantati Accordi di Abramo, gli Usa non sono riusciti a garantire sicurezza. Quanto al fronte della lotta tra Grandi Imperi, il proposito dell’America di infliggere un duro colpo alla Cina è fallito.
Maggiore importatore del petrolio iraniano, Pechino è stato decisivo nel chiudere la guerra, premendo su Teheran e contando sui buoni rapporti con il mediatore pakistano. Insomma, un’autentica debacle per l’improvvido tycoon che, pur di concludere, ha inflitto un sonoro “schiaffo” anche al premier israeliano, furioso per l’estensione della tregua al Libano, dal quale, come a Gaza e in Siria, non intende ritirarsi: Bibi ha cercato di fare saltare tutto attaccando Beirut.
Infine: Trump otterrà dall’Iran la rinuncia all’atomica ma non al nucleare civile. Lo stesso impegno ottenuto con il trattato Jpcoa nel 2015 da Obama senza far deflagrare un conflitto di simile portata. Ma, si sa, Trump non sopporta che altri riescano dove solo lui crede di riuscire.
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