Il rebus del Libano: perché la strategia di Trump vacilla davanti al patto di ferro tra Teheran e Hezbollah
La geopolitica del Medio Oriente smentisce lo schema semplificatorio della Casa Bianca. Nella fitta rete di missili e diplomazia, il Libano non è un fronte secondario ma il perno della prova di forza tra Netanyahu e la Repubblica Islamica, entrambi legati alla clessidra delle rispettive scadenze elettorali

Vacilla, sotto i colpi delle bombe israeliane e dei missili iraniani, il tentativo di Trump di tenere separata la guerra all’Iran da quella di Israele contro Hezbollah . Il presidente Usa, che ha fretta di chiudere il conflitto per non perdere le elezioni di Midterm , non riesce a imporre la propria linea né al recalcitrante Netanyahu, né all’Iran fautore della linea dei “fronti convergenti”.
Teheran, infatti, non vuole, e non può, abbandonare il Partito di Dio che, dopo essere intervenuto a fianco di Hamas come parte dell’Asse della Resistenza, si è schierato in armi a sostegno della Repubblica Islamica anche nel conflitto che oppone questa a Israele.
Come il nucleare iraniano e Hormuz, il Libano – o meglio, l’influenza politica e militare che vi esercita il partito-guida della comunità sciita alleato di Teheran –, diventa, così, un punto nodale nella difficile trattativa tra Usa e Iran: non un fronte secondario, ma il terreno di una dura prova di forza tra Iran e Israele per affermare il proprio ruolo egemone a livello regionale. Nella possibile intesa tra Teheran e Washington, Tel Aviv vede, infatti, scolorirsi l’obiettivo perseguito tenacemente dopo il 7 ottobre: ridisegnare a proprio favore gli equilibri mediorientali. All’opposto, gli iraniani sono consci che se non tutelassero Hezbollah, non potrebbero più esercitare alcuna influenza esterna, già erosa dal pesante ridimensionamento subito negli ultimi anni dai suoi proxies.
Per quietare il riluttante Netanyahu, Trump ha puntato sul negoziato con il debole stato libanese, tentando di tenere separato quello che, per ragioni opposte, Teheran e Tel Aviv ritengono non possa esserlo. Per gli iraniani , la libertà d’azione di Israele in Libano, comporta un deciso no a un accordo complessivo. Quanto agli israeliani, consci che le fragili istituzioni libanesi non hanno la forza per disarmare Hezbollah, rivendicano il diritto a colpirlo ogni qualvolta ritengano minacciata la loro sicurezza: dunque, sempre, secondo la logica di Netanyahu e dei suoi alleati messianici.
Di fronte alle posizioni dei due irriducibili nemici , consapevoli che una guerra terminata con un sostanziale pareggio sarebbe, in realtà, una vittoria per gli iraniani e una sconfitta politica per Israele, Trump non può proclamare la fine del conflitto secondo il suo semplificatorio schema. A complicare la situazione, il fattore tempo. Più si avvicina il novembre elettorale a stelle e strisce, più Teheran è convinta di poter strappare concessioni dall’agitato tycoon. Ma anche Netanyahu deve affrontare le elezioni in autunno: il suo imperativo è evitare l’accusa di non aver sconfitto l’Iran e messo definitivamente all’angolo Hezbollah, come promesso. Da qui la tentazione di far saltare il banco, occupando il sud del Libano e estendendo il conflitto a Beirut. Preferendo la guerra infinita con l’Iran e i suoi fidi confratelli alla sconfessione alle urne della sua politica. Un’equazione che l’improvvido Trump fatica a risolvere, limitandosi, anche in queste ore, a esortare i contendenti a fermare i rispettivi raid. Lo faranno, ma tenendo ben saldo il pulsante in mano.
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