Gli osanna per Draghi, poi gli Stati fanno il contrario

In Italia i problemi di energia, imprese e lavoro richiedono di più: riforme strutturali e non misure tappabuchi che hanno l’aria di essere pensate solo per arrivare in piedi al voto

Marco ZatterinMarco Zatterin
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al Consiglio Europeo a Bruxelles
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al Consiglio Europeo a Bruxelles

Non è ancora ufficiale, ma le fonti parlano di un accordo possibile sull’energia e, nel caso, sarebbe l’ennesima prova che l’Europa sta con chi rispetta le regole del club a dodici stelle ogni volta che la richiesta è ragionevole. L’Italia avrebbe pertanto fatto bene a bussare alle porte dell’Unione per reagire al caro-bollette seguito alla guerra di Trump e Netanyahu in Iran.

Incerto, invece, resta il piano della premier Meloni per ulteriori margini di flessibilità di spesa - cioè altro deficit non contabilizzato ai fini dei parametri comunitari. Di questi tempi, coi mercati tesi, la bassa crescita, i prezzi e i debiti alle stelle, auspicare un consenso a Ventisette per ottenere un aiutino di Bruxelles che consenta di sforare i conti è una strada quantomeno difficile e teorica.

Se va bene, siamo comunque alle candeline su una torta mignon. Un’intesa sul meccanismo europeo di definizione del prezzo del gas potrebbe condurre a una riduzione marginale e temporanea delle bollette poiché la Commissione ha riconosciuto l’esistenza di meccanismi penalizzanti.

Quella eventuale sui maggiori margini di spesa italiani per compensare l’inflazione concederebbe qualche zerovirgola non computato nelle pagelle comunitarie, dai due ai quattro miliardi. Sarebbe meglio che niente, eppure i problemi di energia, imprese e lavoro richiedono di più: riforme strutturali e non misure tappabuchi che hanno l’aria di essere pensate solo per arrivare in piedi al voto.

Al solito, la nave va se remano tutti. Dunque il governo chieda sì supporto all’Unione, ma poi agisca subito sul fronte interno con pari entusiasmo, nel caso di gas e luce cominciando dalle reti, dal cocktail di approvvigionamento, dalle raffinerie e dalla tassazione. E che l’Europa consenta agli stati di non essere strangolati dalle regole che loro stessi si sono dati, ascoltando gli allarmi delle imprese e accettando le sollecitazioni razionali.

Il dibattito sul bilancio 2028-2034 al vertice di ieri è lo specchio dell’anima inerte dei Ventisette. Va così. Dopo che l’Europa ha accolto fra gli osanna il piano Draghi per la competitività, la Commissione ha suggerito di allargare la cassa comune, ampliando i fondi per tecnologia e innovazione.

Due successive proposte degli stati gliel’hanno sforbiciata di un quinto e ancora non basta. I “frugali” del Nord guidati da Berlino dicono che è troppo, mentre gli “amici della Coesione” (Roma compresa) difendono il forziere, preoccupandosi dell’agricoltura e delle regioni più che di start-up o connessioni.

Ora, è giusto tutelare l’economia verde, non solo perché ci dà da mangiare: sarà comunque una delle voci pesanti del budget. Bisognerebbe anche andare oltre i fondi e i finanziamenti, aiutando le filiere agricole con riforme interne e aprendo alla rivoluzione digitale che l’Ue può favorire per aumentare l’efficienza e ridurre i costi. Invece la politica si fa un tanto al chilo con metriche nazionalistiche, si anestetizzano le difficoltà senza curare i malanni. Tanto, si sa che migliorare la distribuzione dei pomodori è rischioso, costa e cambia le vecchie abitudini.

Più sicuro lasciare tutto com’è e, alla prossima crisi, restare a guardare la furiosa parata bruxellese dei trattori pagati dall’Unione e dire agli elettori che è colpa dell’Europa.

 

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