Terre rare, la sfida del Nordest verso un nuovo polo industriale a Marghera
Sulla candidatura italiana nell’ex petrolchimico è attesa la decisione di Bruxelles. Il riciclo dei rifiuti elettronici e la ricerca sulle leghe aprono nuove prospettive. Cescut di Btt Italia: «Servirebbe sapere di quali terre rare ha bisogno oggi l’industria italiana e specializzarsi su quelle senza disperdere troppo le risorse, indirizzare la domanda»

Bocche cucite a Roma su come sarà e come funzionerà il centro di stoccaggio europeo per le terre rare per cui il governo (in particolare il ministero del Made in Italy di Adolfo Urso, in collaborazione con Cdp) ha predisposto la candidatura. Fino a che non arriverà la risposta dall’Ue, non parlano. E si dovrà quindi attendere presumibilmente il prossimo febbraio per saperne di più.
Sempre che il progetto ottenga il via libera di Bruxelles. Anche da Eni, proprietario dei terreni, non si ottiene molto di più. Se non la conferma che il progetto di hub per i minerali critici riguarda un’area di circa 15 ettari di Eni Rewind all’interno dell’ex petrolchimico di Porto Marghera, «i cui terreni sono non contaminati o sono stati bonificati, e sono pertanto riutilizzabili per nuove progettualità industriali, come previsto dagli iter ministeriali per i siti di interesse nazionale», come fanno sapere.
La dipendenza dell’Europa
Però intanto si può cercare di capire che cosa sia questo progetto e perché l’Ue lo considera strategico per porre un rimedio alla dipendenza europea da queste fatidiche terre rare.
Ma perché le terre rare sono così importanti? Per fattori industriali, economici e geopolitici. Primo, perché hanno un ruolo cruciale nella transizione energetica europea per permettere all’energia elettrica pulita di sostituire gradualmente ma velocemente le attuali fonti fossili; secondo perché oggi siamo dipendenti dalla Cina, principale produttore e di fatto quasi monopolista nella loro commercializzazione; terzo punto: tutto questo si sapeva già anche prima ma ora lo scenario è drammaticamente cambiato per l’effetto combinato delle due guerre, in Ucraina e in Iran, che hanno provocato, soprattutto la seconda, la corsa dei prezzi di petrolio e gas.
Una questione va chiarita prima di tutto. Ossia che le terre rare, rare non lo sono affatto. In sintesi sono 17 metalli dai nomi a prova di memorizzazione, come neodimio, presodimio, disprosio, terbio o ittrio, e che sono circa la meta delle cosiddette materie prime critiche, che comprendono per esempio il silicio fondamentale per i microchip. Sono ovunque sotto crosta terrestre, anche in Italia. Solo che sono in concentrazioni molto basse. Significa che non esistono miniere apposite, come per ferro o carbone o petrolio e quindi bisogna estrarre molto materiale dalle zone di maggiore presenza per estrarre quantità minime. Estrarle in Italia significherebbe sventrare il territorio e oltretutto a costi altissimi.
Il monopolio cinese
Ecco perché si estraggono fondamentalmente in Africa e in regione a bassa densità abitativa. Poi c’è il problema della produzione in senso stretto, ossia isolare i metalli (perché di questo si tratta) con procedure solitamente inquinanti. Questo ha fatto la Cina negli ultimi 10-15 anni con le sue politiche di espansione commerciale in Africa per l’estrazione e poi accettando la presenza si impianti di produzione nel suo territorio. È così che ha conquistato il quasi monopolio della distribuzione e dell’export globale: ha circa il 70% di un mercato stimato tra i 5 e gli 8 mila miliardi di dollari, seguita dagli Usa con il 13%, l’Australia con il 7%, dal Mihammar con l’1%. Ora, è chiaro che con la Cina il problema del prezzo e della disponibilità non sia solo una questione di domanda e offerta ma di equilibri geopolitici.
Il Piano Ue
Qui si innesta il piano Ue che vorrebbe proporsi come primo acquirente di terre rare per l’industria europea trattando direttamente con Pechino per evitare che le singole imprese si trovino a trattare da sole con le autorità cinesi. È un po’ quello che aveva proposto Enrico Letta nel suo Report sul mercato europeo in cui proponeva l’Unione come grande acquirente unico di gas per stabilizzarne il prezzo. Ipotesi che sul gas non ha avuto sviluppi, essendoci molti venditori, mentre qui si adatterebbe bene visto che c’è di fatto un venditore unico.
L’idea sarebbe quindi quella di creare un centro di stoccaggio europeo da cui far attingere le imprese. Se ci si limitasse a questo il progetto avrebbe un valore tattico e congiunturale, che non porterebbe grande valore aggiunto sul territorio. Ma potrebbe invece essere il punto di avvio di qualcosa di ben diverso e molto più strategico: creare a Marghera un polo industriale legato alle terre rare. Infatti oltre all’estrazione mineraria c’è un altro modo di produrre terre rare. Anzi due.
Il riciclo
Il primo è recuperarle dal riciclo dei rifiuti elettrici e elettronici, i cosiddetti Rae. Il secondo è sviluppando una soluzione laterale, ossia sintetizzando nuovi metalli non naturali, vale a dire leghe che abbiano le stesse caratteristiche delle terre rare. Di questa seconda modalità si occupa Rara Factory una startup dell'Università Ca' Foscari di Venezia, fondata nel 2024, che ha sede operativa presso il VEGA Scientific Park di Marghera e che ha come fondatore e amministratore delegato Michele Bugliesi, professore ordinario di Informatica ed ex rettore della Ca' Foscari.
«Stiamo facendo un percorso che porterà a produrre magneti permanenti, molto usati nei motori elettrici, nella componentistica elettronica delle auto, negli impianti eolici e infine nella robotica. L’obiettivo è produrli senza usare le terre rare ma metalli più comuni e a costi nettamente inferiori– spiega Bugliesi – Usiamo l’Ai per selezionare i metalli candidati ideali e le sintetizziamo in laboratorio e qui partono migliaia di cicli di verifica di funzionalità, efficacia, affidabilità. Alla fine possiamo mettere sul mercato dei brevetti. Facciamo solo R&S, non produciamo. Finora abbiamo sintetizzato 35 mila leghe e dal 2029 saremo pronti alla fase commerciale».
E poi c’è l’economia circolare, che però per quanto riguarda i Raee è in ritardo. Non solo in Italia ma in tutta Europa. «La raccolta di rifiuti elettronici non è sufficiente – spiega Fabrizio Longoni, direttore generale del Consorzio Raee – L’Ue chiede ai Paesi Membri di raggiungere una media del 65% di materie prime seconde estratte dai rifiuti da immettere sul mercato, ma la media Ue è ferma al 40% e noi siamo anche più indietro, al 32,5%, tanto che ci sono più procedure d’infrazione aperte, tra cui quella verso l’Italia, per questo. E ci sono obiettivi specifici per le terre rare. L’Ue chiede agli Stati membri di usare quota crescenti di terre rare seconde da riciclo per almeno il 25%. Non ci sono dati specifici ma siamo lontani. Anche perché servono processi tecnologici complessi. Costruire pc e banale ma smaltirne i materiali è complicato».
La sfida di Marghera
È qui che il tema di un distretto industriale delle terre rare inizia a prendere forma.
«La vera sfida non è fare di Porto Marghera il deposito europeo delle materie prime critiche, ma trasformarlo in uno dei centri della sovranità industriale circolare europea. Il Veneto, ma l’intero Nord Est ha la cultura manifatturiera, le competenze e le infrastrutture per guidare questa trasformazione. L’Italia può mettere a sistema territori, imprese, ricerca e tecnologie, collegando il Mediterraneo al cuore industriale d’Europa. Il salto strategico sarà passare dalla semplice disponibilità delle materie prime alla capacità di governarne i flussi, conoscerne il valore, recuperarle e reimmetterle nelle filiere produttive».
Chi parla è Omar Antonio Cescut, manager di origine friulana alla guida di Btt Italia, azienda aretina nata 45 anni fa attorno al recupero di metalli preziosi da rottami e rifiuti elettronici da destinare al settore dell’oreficeria e che negli ultimi anni ha aperto una nuova linea industriale per le terre rare. Oggi Btt Italia produce tecnologie e sistemi di riciclo che vende anche alle utility: l’ultimo un impianto per la Iren per estrarre e affinare i metalli preziosi presenti nelle schede elettroniche come oro, palladio, argento e rame. «Per realizzare questo obiettivo però – continua Cescut – serve una nuova architettura economica. Perché tutte le materie prime critiche oggi sono strategiche e per questo hanno bisogno di un maggiore controllo istituzionale. Servirebbe sapere di quali terre rare ha bisogno oggi l’industria italiana e specializzarsi su quelle senza disperdere troppo le risorse, indirizzare la domanda. Fare insomma Material Intelligence. Questo attirerebbe investimenti e diverrebbe un traino forte per far decollare davvero anche in Italia il settore dell’urban mining e dell’economia circolare».
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