Nucleare in Italia dal 2033, il piano del ministro Pichetto Fratin: «Entro quattro mesi i decreti»

Dagli Smr di terza generazione alla vigilanza sui pozzi di Zagabria: l'analisi del ministro della Sicurezza Energetica tra rigore di bilancio e caro vita: «Senza l’atomo si torna al termoelettrico e al disastro attuale»

Marco ZatterinMarco Zatterin
Il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin
Il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin

«Entro quattro mesi presenterò i decreti attuativi», assicura Gilberto Pichetto Fratin, pronto a scommettere un simbolico caffè sul fatto che il nucleare italiano avrà una forma e un percorso entro fine legislatura. Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica promette di rispettare la tabella di marcia e che i primi reattori di terza generazione si vedranno nel 2033/34. Mentre garantisce piena vigilanza sulle trivellazioni croate nell’Adriatico, l’esponente di Forza Italia ammette che per frenare la corsa delle bollette il governo Meloni è pronto ad agire anche senza il via libera di Bruxelles.

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Un'immagine della centrale nucleare di Krsko attualmente operativa in Slovenia

Sulla benzina concede poi che la situazione di Hormuz non è quella in cui si sperava in primavera, che «sono saltati gli schemi», ma che si sta studiando la soluzione più equilibrata che non danneggi i conti pubblici perché, «alla lunga, il rigore paga».

Ministro, quello nucleare è comunque di un programma a lungo termine che non influisce sui prezzi delle bollette che, in questo momento, sono roventi.

«Non c’è dubbio. So bene che non risolve il problema di luce e gas adesso. Però bisogna anche guardare al futuro, il che - partendo dalle condizioni attuali – trova una sua giustificazione molto forte».

La dica.

«Nell’attuale scenario dipendiamo dall’estero e dall’Unione per una quota significativa del nostro fabbisogno. La conseguenza è che subiamo più forti di altri le conseguenze dei conflitti, delle oscillazioni sui prezzi che essi generano, e gli effetti di un mercato dei pochi, il Ttf di Amsterdam. Dobbiamo trovare una soluzione anche a lungo termine. E se ci guardiamo intorno, vediamo che la ricerca e la scienza vanno ovunque nella direzione del nuovo nucleare».

Secondo lei non c’è alternativa?

«Francia e Spagna hanno prezzi che sono la metà dei nostri. In qualche modo, devo pensare per i miei nipoti un Paese che abbia una sufficienza quantitativa e i prezzi competitivi. Occorrono basi diverse, quelle che stiamo gettando ora per dare un futuro migliore. Sennò finiamo nella decrescita felice e che sia felice è effettivamente solo un’opinione».

Il vostro piano prevede le prime unità nucleari di nuova generazione dal 2033. Intanto le bollette ci spennano e il decreto bollette varato in primavera è scomparso.

«Il provvedimento ha avuto corso nell’interlocuzione con Bruxelles perché è necessario cercare di muoversi nel quadro delle regole europee. Se non succede, però, lo dovremmo attivare senza la “lettera di conforto” di Bruxelles. Per vocazione non sono favorevole ad andare contro l’Europa, ma l’attuale contesto impone un intervento».

Cosa siete disposti a fare?

«Penso a una correzione al divario del prezzo fra Ttf (il mercato di riferimento principale per l’Europa continentale, ndr) e il Psv (il Punto di Scambio Virtuale, l’hub italiano, ndr). Sono pochi euro che diventano dieci sul prezzo dell’energia elettrica e del gas che viene dal Nord. È un sistema perverso che ricade su tutti, famiglie e imprese».

Quando vi muoverete?

«Più presto che tardi. La Commissione va tenuta da conto, non facciamo le cose di rapina. Ma non possiamo neanche restare fermi».

Torniamo al nucleare. Detto che abbiamo pochi soldi, qual è il conto da aspettarsi?

«Lo sapremo quando sapremo quanto costa lo strumento che verrà adottato. Ho sentito grandi operatori che mi dicono “siamo pronti a finanziare tutto, ci basta partecipare alle aste che lo Stato farà sulle tecnologie”. Valuteremo quando saremo in vista della fase operativa. Esistono varie opzioni, solo pubblico, pubblico/privato, solo privato. Si valutano produzione e prezzo. Viste le possibilità, chi sarà in quel momento a decidere farà la valutazione necessaria».

Ci risiamo. Perché necessaria?

«L’Italia ha una esigenza quantitativa, ci mancano 50 terawattora. Gli analisti prevedono che nel 2040 ne serviranno 100/150 in più. Senza, rischiamo di sprofondare. Ecco l’esigenza di una risposta quantitativa che va programmata. Sennò bisogna riaprire il termoelettrico e vivere nel disastro attuale, col prezzo dell’energia doppio rispetto a Francia e Spagna che rischia di far chiudere il nostro sistema manifatturiero».

L’ultima centrale britannica inaugurata, la Hinkley Point C nel Somerset, doveva costare 18 miliardi di sterline ed è arrivata a 35. Noi non abbiamo tutti questi soldi.

«La guardi sul lungo periodo. Sono 500 milioni l’anno per 60 anni. Dipende da quanto produci. Le affermazioni di opinione stanno bene a livello di dibattito o chiacchierata. Bisogna avere in mano i numeri. E poi non prevediamo centrali così grandi».

Affermate di puntare sui piccoli reattori di terza generazione. Funzionerà?

«Nuclitalia, la joint venture a cui partecipano Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, ci ha presentato dei piani per dei sistemi Smr da 300 megawatt (sono i piccoli reattori modulari, ndr). Questa sarà la prima fase. Fincantieri promette navi mercantili con motore atomico da 15/20 megawatt alimentate da reattori di taglia contenuta. È una possibilità concreta, i sommergibili hanno propulsori simili da anni».

Lo vorrebbe un Smr nella sua Biella?

«Non in piazza Duomo, per ragioni paesaggistiche. Ma in campagna non avrei nulla in contrario. È più sicuro delle centrali di prima o seconda generazione francesi che sono dall’altra parte delle Alpi».

A proposito di nuove risorse. C’è allarme nel Nord Est per i tre nuovi pozzi metaniferi che la Croazia sta scavando nell’Alto Adriatico. Giusto o sbagliato?

«I dati che ci risultano dalla direzione del Ministero e dall’analisi dei tecnici non rilevano problemi di subsidenza. Non c’è alcun rischio. E nonostante questo l’Italia non autorizza nuove perforazioni, questa è la nostra politica».

Terrete un occhio sui croati, comunque?

«È chiaro. Dobbiamo difendere l’interesse nazionale. Abbiamo ottimi rapporti con Zagabria, ma non smetteremo di seguire il dossier».

Benzina. Nessuno in Europa ha fermato i prezzi, neanche i vostri reiterati interventi.

«La crisi mediorientale ci ha colto dopo che abbiamo chiuso 35 raffinerie in Europa quando pensavamo che nel mondo, con la globalizzazione e la Cina nel Wto, tutto fosse risolto. Invece con gli impianti chiusi, l’Ucraina, Hormuz e Bab el-Mandeb chiusi ci hanno spinto in una situazione drammatica».

Questo è vero, ministro. Ma sulla benzina rischiate di perdere molti voti.

«Me ne rendo conto. Ma non possiamo neanche sfondare i conti. Sono convinto che, a lungo termine, il rigore paghi. Se sforiamo sul bilancio, rischiamo di far esplodere i tassi, con la conseguenza di ammazzare le imprese indebitate e le famiglie col mutuo. Abbiamo fatto una operazione generalizzata in marzo quando si diceva che il conflitto iraniano sarebbe durato poco. Invece continua. Sono saltati gli schemi, lo sappiamo. E stiamo cercando la soluzione che ricrei un equilibrio invece che distruggere ogni prospettiva».

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