Fornero: «La sostituzione generazionale non ha funzionato. Le retribuzioni vanno aumentate»
L’economista Elsa Fornero commenta i dati sulle pensioni: «Abbiamo visto che non funziona lo schema secondo cui chi esce lascia il posto a un giovane. Le soluzioni sono difficili anche per colpa del debito che portiamo sulle spalle»

Il catalogo dei paradossi dell’Italia previdenziale è lungo, ma Elsa Fornero comincia da uno dei più brutali. «Abbiamo visto che non funziona lo schema secondo cui chi esce lascia il posto a un giovane», spiega la docente di Economia all’Università degli Studi di Torino ed ex ministro del Lavoro, «l’idea della sostituzione generazionale non ha funzionato». La lezione, ancora una volta, è che uno non vale uno neanche quando si studia il business di Inps & Co., concetto che si ritrova chiaramente nelle parole con cui la Cgia di Mestre prefigura una crisi inevitabile con la fuga verso il vitalizio che svuoterà uffici e capannoni, generando gravi ripercussioni sociali.
Professoressa, è sorpresa?
«Per nulla. I dati rispecchiano l’andamento demografico, il rapido invecchiamento della popolazione e il crescente numero di persone che arriva alla pensione. Molti fra questi ultimi sono usciti conservando altri redditi, continuano a lavorare e smentiscono ulteriormente le illusorie aspettative di un bilanciamento fra chi lascia e chi dovrebbe entrare. Si sono creati squilibri contabili forti, incompatibili con un nuovo allentamento della spesa previdenziale, per esempio attraverso la riduzione dell’età pensionabile».
I pensionati hanno però pieno di diritto di mantenersi in attività.
«Certo. È legittimo che una persona possa lavorare sinché ne ha capacità. Il paradosso è che cerchiamo di anticipare il pensionamento sperando che questo favorisca il lavoro dei giovani e non succede».
È così.
«Gli economisti lo chiamano l’ “errore del numero fisso di posti di lavoro”. Il pensionamento fa diminuire i flussi di contribuzione e, allo stesso tempo, favorisce le condizioni perché a lavorare sia una persona sola e non due. È una logica da ribaltare perché – per l’appunto - il numero degli occupati non è fisso, ma viene determinato dalle politiche e dalle strutture produttive».
Come si interviene?
«Con politiche attive per il lavoro, anzitutto. E poi con gli investimenti delle imprese che vanno favoriti: quelle efficienti e competitive hanno capacità di assumere, pertanto bisogna creare le condizioni perché possano attuare le loro strategie di sviluppo. Occorre chiedersi cosa fare perché l’occupazione non sia lo soltanto sbandierato 63 per cento della popolazione attiva, ma il 78 per cento tedesco o l’80 e oltre della Svezia».
Molte aziende che stanno bene non trovano i profili che cercano.
«È una questione con molte facce. Il punto di partenza è che abbiamo pochi giovani e ne avremo sempre meno. Dovremmo essere molto preoccupati, per questo. Anche perché non solo ne nascono di meno, ma una parte di quelli su cui abbiamo investito se ne va all’estero. Li abbiamo formati eppure non abbiamo dato loro delle opportunità».
Un fallimento, non c’è che dire.
«C’è scarso dialogo fra scuola e mondo del lavoro. Si deve orchestrare una formazione di competenze e conoscenza, per arricchire la cultura personale e permettere di pensare al futuro. Questo dialogo non c’è. È qui che servirebbero le politiche attive, però con l’eccezione di qualche regione virtuosa, il caso rimane: i giovani non riescono a trovare un posto e le imprese non trovano i giovani di cui hanno bisogno. È la fotografia di un Paese insoddisfatto che non cresce quanto potrebbe, intrappolato in un circolo vizioso che genera sfiducia reciproca».
Il rapporto Cgia sostiene che la pensione svuoterà aziende e capannoni. Vero o falso?
«È il paradosso della questione demografica. Di qui al 2060 perderemo un terzo delle persone in età di lavoro, soprattutto nella sua componente più giovane, mentre la popolazione invecchia, grazie al progresso nello stile di verità e alla medicina moderna, e non c’è sostituzione».
Ma, come diceva, i giovani non hanno opportunità.
«Sarà che il loro peso politico è minore, e non votano, ma non li consideriamo abbastanza. Dovremmo trattarli come persone sin da bambini, indicando anche un percorso verso il lavoro, perché il lavoro è la radice dell’indipendenza. Guardiamo di più la popolazione anziana che è quella che si è difesa meglio dalla povertà, mentre le più colpite sono le famiglie giovani che hanno bambini. È un altro paradosso. Un Paese che vuole crescere deve dare opportunità alle nuove generazioni perché partecipino alla costruzione del benessere collettivo».
Intanto nel 2029 la spesa per pensioni è prevista in aumento del 10 per cento. Un sacco di soldi.
«La tendenza è questa. Al rialzo. Crescono gli esborsi mentre i redditi da lavoro che alimentano la contribuzione sono calati in termini reali. Si sono perse risorse reali erose dall’inflazione. Gli anziani reggono meglio in un simile contesto; i giovani non proprio. È uno squilibrio insostenibile».
Soluzioni?
«Difficili, per colpa del grande debito che portiamo sulle spalle. Però è chiaro che occorrono politiche che aumentino l’occupazione e sostengano le retribuzioni. Se i salari si riducono, se ci sono meno lavoratori con una minore contribuzione, come si pagheranno le pensioni? Lasceremo ai giovani degli oneri che molti faticano a capire perché non vedono la prospettiva della pensione».
E quando scendono in piazza, pacificamente, qualcuno dovrebbe scusarsi?
«Occorre un mea culpa generalizzato. Posto che ogni violenza va condannata senza alcuna esitazione, dobbiamo ammettere che questi ragazzi sono stati poco ascoltati per troppo tento e adesso dicono “basta!”. Si deve rispondere con la disponibilità al dialogo, e accettare che abbiano delle difficoltà quando, invece, gli proponiamo scenari di guerra, difficoltà con la casa, salari modesti, lavoro difficile. Non è da questo che può venire il loro inserimento e riconoscimento della società. È brutto dirlo, ma è così. Serve un discorso più serio».
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