Tav a Vicenza, opzione “a raso” ma è scontro sulla scelta di Rfi

Indicata la soluzione del “salto del montone” per l’uscita dal capoluogo berico verso est: maxi-viadotto alto 18 metri e lungo 1,5 km. Più di 4 anni di lavori, spesa di 360 milioni e fibrillazioni nei partiti

Filippo Tosatto

 

A nominarlo, evoca gli scenari bucolici cantati da Virgilio. Nella realtà è un gigante di metallo e cemento destinato a sovrastare l’abitato di Setteca’, la frazione vicentina al confine con Torri di Quartesolo. È il “salto del montone” e nel gergo ferroviario indica l’incrocio a scavalco di due linee dell’Alta velocità, dove la prima si impenna sul binario, scala una rampa e supera la gemella attraverso un ponte, per ridiscendere infine sull’altro versante.

La ratio è quella di escludere contatti tra i percorsi, consentendo ai treni di viaggiare in senso opposto senza attese. Nulla di strano in sé, non fosse per le dimensioni del viadotto: diciotto metri d’altezza per un chilometro e mezzo di lunghezza (rampe comprese), l’equivalente di sei piani pensili proiettati sulle abitazioni sottostanti in una città che l’Unesco include tra i patrimoni dell’umanità.

È l’opzione “a raso” consigliata da Fs Engineering per l’uscita della Tav nel segmento tra Vicenza e Grisignano in direzione Padova. È l’opera commissionata da Rfi al consorzio di costruzioni Iricav Due e prevede 4 anni e 4 mesi di lavori con una spesa di 360 milioni: gli esperti di Ferrovie dello Stato l’hanno preferita alle ipotesi alternative – galleria corta (6 anni e 4 mesi, 840 milioni), galleria lunga (7 anni e 6 mesi, 1200 milioni) – evidenziandone i molteplici vantaggi.

Nel dettaglio, a confrontare costi e benefici delle soluzioni in ballo, ha provveduto il direttore della progettazione di Fs Engineering, Luigi Evangelista, che definisce “solida, oggettiva e trasparente” la preferenza accordata al “salto” nel capoluogo in luogo dell’interramento in una galleria, ubicata a Grumolo delle Abbadesse, ipotizzata nel 2014. Al riguardo, la sua nota, cinque pagine in tutto, rivendica la minore occupazione temporanea del suolo (68. 179 metri quadrati di cantieri a fronte di 91. 112 e 156. 230); il contenimento delle demolizioni (47 edifici destinati all’abbattimento, incluse 23 case, contro 51 e 53); la maggiore sostenibilità ambientale sul fronte scavi, smaltimenti, traffico, emissioni in atmosfera (418 le tonnellate di anidride carbonica stimate anziché 2000 e 10 mila).

Morale, provvisoria, della favola: il colosso garantirebbe la via maestra “più rapida e meno onerosa” , tanto più se corredato da interventi di “valorizzazione ambientale e sociale” , leggi parco urbano e ricucitura delle rete ciclopedonale.

Lo scontro politico

Ma è davvero così? Oltre alla vibrante opposizione dei residenti (lesti a gridare all’ecomostro), la prospettiva accende uno scontro politico trasversale. Perché il progetto a raso è sostenuto dal dicastero dei Trasporti retto da Matteo Salvini mentre il centrodestra vicentino, a spiccata trazione meloniana, lo boccia senza appello. E se il consiglio comunale condivide all’unanimità il vade retro, le coalizioni rivali già si scambiano frecciate.

Fratelli d’Italia imputa la mancata tutela della città all’inerzia del centrosinistra; quest’ultimo rinfaccia il consenso al cavalcavia di Setteca’all’ex sindaco tricolore, Francesco Rucco. Ma è il sindaco dem in carica, Giacomo Possamai, a dar fuoco alle polveri tacciando di “incredibile incoerenza” gli avversari e additando le modalità “sospette” di trasmissione della fatidica relazione Evangelista. Inoltrata via Pec nella tarda serata di venerdì (sic) ma anticipata, nei contenuti, da una nota del centrodestra vicentino ispirata dai rappresentanti FdI, presumibilmente informati da una “talpa” ministeriale.

“Non ne sapevamo nulla” , protesta Possamai, “perciò ho contattato il presidente della Regione, Alberto Stefani, che si è dichiarato a sua volta all’oscuro. È stata commessa una scorrettezza di gravità inaudita con intenti strumentali. Sia ben chiaro, riteniamo inaccettabile l’ipotesi scavalco nel cuore di un quartiere urbano: abbiamo richiesto la visione dello studio che ha ispirato la scelta di Fs, lo valuteremo ma annuncio fin d’ora la nostra contrarietà. Faremo valere le nostre ragioni con ogni strumento utile”.

La vicenda, com’è intuibile, suscita imbarazzo nel Carroccio veneto, che fiuta lo sgambetto da parte dell’alleato, e induce Palazzo Balbi alla prudenza.

“La Tav è un asset strategico di rilievo nazionale, la Regione però svolge un’opera di accompagnamento, favorendo il dialogo tra gli enti in vista della migliore soluzione”, le parole di Marco Zecchinato, l’assessore leghista alle Infrastrutture. Nel merito, l’urbanista vicentino non si sbilancia salvo escludere strappi unilaterali: “Sappiamo che Rfi ha adottato una procedura multicriteria che utilizza svariati indicatori, in linea con gli standard internazionali. Il metodo comparativo è valido, l’approccio rigoroso, perciò prendiamo atto della proposta formulata e ci riserviamo di approfondirla in sede di conferenza dei servizi. È fondamentale che ministero, Regione, Comune, Rfi e Iricav collaborino a definire la soluzione più efficace. Personalmente” , è la conclusione “mi impegno a mantenere il dialogo istituzionale sempre attivo” .

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