Terre rare, industriali divisi: «Serve lo stoccaggio per essere protagonisti»
Baban, fondatore di Tapì spa e già vicepresidente di Confindustria: «Estrarre piccole quantità di materie prime è facile e fattibile ovunque». Viotto, vicepresidente di Confindustria Veneto Est: «Giusto prevedere le attività di lavorazione, trasformazione e recupero»

«Mi auguro che non sia soltanto questo...». È costretto ad ammetterlo Alberto Baban – imprenditore, fondatore di Tapì spa e già vicepresidente di Confindustria – alla lettura dell’intervista ad Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, uscita domenica 11 ottobre su questo giornale.
Si riferisce, in particolar modo, a un passaggio: l’ammissione che, sì, il sito di Porto Marghera sarà utilizzato anche come luogo di estrazione delle materie prime critiche da batterie, pannelli fotovoltaici, strumenti elettronici.
«Perché», dice Urso, il riciclo è il miglior modo per rispettare l'ambiente, ed è positivo riutilizzare quello che si è già estratto dai cosiddetti rifiuti elettronici». Un elemento in più, che gli industriali chiedono sia tale. E non riveli, piuttosto, la vera natura dell’iniziativa.
«Non posso pensare che il progetto tanto sbandierato si esaurisca nella creazione di un sito per ricavare qualche grammo di palladio dalle schede tecniche mandate al macero», incalza Baban, «questo deve essere il contorno. Ma se vogliamo diventare davvero strategici nell’ambito europeo, il progetto deve rimanere quello presentato all’inizio: un sito di stoccaggio, riferimento per il continente, inserito in maniera organica all’interno della catena di fornitura delle aziende. Arginando le interruzioni negli approvvigionamenti, che di questi tempi sono sempre più frequenti».
A tracciare una linea di demarcazione netta tra i due progetti, sembrerà banale, è la quantità delle materie prime critiche protagoniste dell’iniziativa. «Infinitesimali», taglia corto Baban, riferendosi al solo progetto di riciclo: «qualcosa che ormai, con le competenze e le tecnologie di oggi, potremmo creare in qualsiasi comune veneto, senza rischi per l’ambiente».
Viotto: «Bisognare fare rete»
Ma la voce degli industriali non è unanime. E un plauso all’iniziativa arriva da Mirco Viotto, vicepresidente di Confindustria Veneto Est, con delega al territorio di Venezia: l’area protagonista dell’iniziativa voluta dal Mimit.
«La candidatura di Porto Marghera rappresenta un’opportunità strategica che l’Italia deve saper cogliere, perché mette a sistema competenze, infrastrutture e capacità produttive che difficilmente si ritrovano concentrate in un unico territorio», dice, soddisfatto anche dall’ampliamento del raggio, rispetto alla prima, sola ipotesi di stoccaggio dei materiali.
«È il vero elemento distintivo di Porto Marghera», sostiene, «perché qui esistono spazi a terra, aree industriali, competenze tecnologiche e una tradizione manifatturiera che possono favorire lo sviluppo di attività di lavorazione, trasformazione e recupero delle materie prime, generando nuove sinergie tra logistica e industria».
Si riferisce a «una piattaforma industriale integrata, capace di attrarre investimenti, consolidare le filiere strategiche e creare valore aggiunto per il territorio». In sinergia con gli altri luoghi che saranno protagonisti del progetto: il porto di Trieste, per l’approdo delle navi dal pescaggio maggiore, il porto di Ravenna, l’interporto di Verona e la Val di Non, in Trentino.
«Fare sistema con i porti di Trieste e Ravenna è fondamentale», prosegue Viotto. Come lo è costruire «una rete integrata capace di mettere a fattor comune infrastrutture, specializzazioni e collegamenti logistici. Mentre la connessione con gli interporti, a partire dal Quadrante Europa di Verona, può garantire un efficace inoltro delle materie prime verso i distretti produttivi italiani ed europei». Il sistema Nordest.
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