A Marghera il primo deposito per le Terre rare d’Europa: ecco il progetto

L’accordo tra il ministro Urso e il presidente del Veneto Stefani. Il dossier sarà preparato in estate, a ottobre sarà presentato a Bruxelles

Laura Berlinghieri
Il progetto a Porto Marghera
Il progetto a Porto Marghera

Porto Marghera, primo sito dell’Unione Europea di stoccaggio delle materie prime critiche. Ben più di una suggestione. Lo raccontano gli undici incontri in pochi mesi – di cui l’ultimo mercoledì scorso al Mimit – tra il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso e il vicepresidente Ue per la Prosperità e la strategia industriale Stéphane Séjourné. «Tu portami un progetto e partiamo» avrebbe detto il commissario francese al ministro italiano.

E il progetto, presto, potrebbe esserci: quello per costruire a Porto Marghera, appunto, il primo deposito europeo per le terre rare. Un deposito chiaramente militarizzato, controllato dall’esercito, e dalla piena e continua funzionalità.

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Lo propone Urso ed è d’accordo Stefani, con il quale domenica il ministro si è intrattenuto in un faccia a faccia al Vinitaly, come fatto sapere dallo stesso ministero in una nota:  «Urso e St efani hanno approfondito le caratteristiche del territorio veneto in relazione a una possibile candidatura a ospitare uno dei futuri depositi strategici europei di materie prime critiche. L’iniziativa si inserirebbe nella strategia della Commissione europea volta a rafforzare l’autonomia industriale e la sicurezza degli approvvigionamenti, tra i temi al centro del confronto nei giorni scorsi a Roma tra il ministro Urso e il commissario Ue Séjourné».

Una notizia che, se dalla stretta di mano dovesse passare ai fatti, proietterebbe l’Italia, e il Nord Est, al centro del mondo manifatturiero, che oggi dipende dai grandi depositi naturali di terre rare.

Il litio per i microchip, il cobalto per le batterie, il tungsteno per i circuiti elettronici. La base della nostra società industriale, sistematicamente in tilt: prima il Covid, poi la guerra in Ucraina, ora la crisi in Medio Oriente. Ormai regolari cesure della catena di approvvigionamento, che fanno schizzare i prezzi dei carburanti, dell’energia e dei materiali.

I tempi che si è dato il Mimit sono stretti: l’estate per preparare il dossier e ottobre per presentarlo a Bruxelles. Il luogo: Porto Marghera. Sito strategico, perché crocevia infrastrutturale: portuale – fondamentale per l’arrivo dei minerali –, aeroportuale, ferroviario, autostradale. Da qui le materie verrebbero smistate ai grandi distretti industriali d’Europa, a partire dalle fabbriche del Nord Italia: soltanto le aziende metalmeccaniche ed elettroniche sono decine di migliaia.

È una strada che l’Unione Europea, già al lavoro sul progetto da un paio d’anni, è intenzionata a battere. Per questo, la Commissione sta mettendo a terra un regolamento ad hoc: lo European Critical Raw Materials Centre. E intanto interagisce con l’Australia – Paese che è una miniera di materie prime critiche, in particolare di litio – per sottoscrivere degli accordi per lo scambio. Gli altri Paesi più ricchi si conoscono: la Cina, un colosso, che da sola controlla circa il 90% della raffinazione globale. E il Congo per il Cobalto, l’Indonesia per il nichel, il Sudafrica per il platino. E poi l’elio – il cui utilizzo nella medicina è ormai fondamentale – bloccato a Hormuz. Il collo di bottiglia che il Veneto punta ad aggirare. 

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