Vinitaly tra guerre e dazi: l’Italia ridisegna i mercati e guarda a India, Brasile e Africa
Voli cancellati dal Medio Oriente e attività riprogrammate. Bricolo (VeronaFiere): «Non è stato facile». Il ministro Tajani: «Preoccupato per i colloqui Iran-Usa». L’export guarda a nuovi mercati emergenti

La guerra impatta sul Vinitaly. «Voli cancellati dal Medio Oriente e attività riprogrammate. Non è stato facile» è costretto ad ammettere Federico Bricolo, presidente di VeronaFiere. Dopo l’ultima - segnata dalle minacce dei dazi di Donald Trump - quella del Vinitaly 2026 è un’altra edizione che si apre nel segno della grande politica internazionale.
La crisi in Medio Oriente, ma ancora i residui delle tassazioni extra introdotte dal presidente degli Stati Uniti.
«Gli accordi economici fatti dall’Unione Europea ci stanno aiutando» concede Bricolo, ridisegnando le mappe commerciali dell’Italia del vino: «L’India, un mercato sempre più attrattivo, dove la tassazione è più bassa e dove abbiamo già fatto due edizioni del Vinitaly. Mentre presto ci apriremo all’Australia e al Brasile, e continuiamo a guardare con interesse all’Africa, un continente di grande interesse».
«Vinitaly rappresenta un'infrastruttura per sostenere e amplificare la proiezione internazionale del vino italiano. Un presidio organizzato che, a partire da Verona, opera per rafforzare la presenza delle nostre imprese sui mercati globali. E in uno scenario tra i più complessi sotto il profilo geopolitico ed economico, Veronafiere avverte con chiarezza la responsabilità di evolvere ulteriormente il proprio ruolo: non solo luogo di incontro del business, ma leva concreta per consolidare il posizionamento del settore e ampliarne le opportunità di sviluppo all'estero».
Federico Bricolo, ha aperto oggi, 12 aprile, l’edizione numero 58 di Vinitaly in programma fino al 15 aprile.
Bricolo: «Promozione internazionale è la priorità»
«La promozione internazionale è una nostra priorità - ha continuato Bricolo -. Si inserisce in questa visione un programma strutturato di quasi trenta iniziative internazionali che presidiano in modo sistemico le principali aree strategiche: dagli Stati Uniti, fino all'Asia con Cina, India, Thailandia, Kazakistan, Giappone e Corea del Sud, dall'America Latina ai Balcani fino alle piazze europee e al Regno Unito. Una geografia che coincide con le rotte più promettenti per il nostro export e che amplieremo ulteriormente. Stiamo infatti già lavorando con ITA - Italian Trade Agency per nuove tappe di Vinitaly in Africa, Canada, Australia. Inoltre, raddoppieremo in Brasile, rafforzando così il presidio già attivo con Wine South America».
I dati dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly
Secondo le analisi dell'Osservatorio Uiv-Vinitaly, sono dodici i Paesi con il più alto potenziale di crescita: Giappone, Messico, Corea del Sud, Brasile, Vietnam, Cina, Thailandia, Indonesia, Australia e India, a cui si aggiungono i due mercati principali buyer extra-Ue, Stati Uniti e Regno Unito. Per Unione italiana vini e Vinitaly, queste rappresentano le aree su cui rafforzare la presenza per ampliare il bacino commerciale di un settore ancora troppo concentrato sui primi cinque mercati di destinazione, che da soli assorbono il 60% del valore complessivo dell'export.
La sfida è duplice: da un lato consolidare le produzioni di qualità e contenere le criticità, dall'altro migliorare il posizionamento, un obiettivo ritenuto strategico per l'export di una potenza enologica come l'Italia.
Secondo Prometeia, il vino si colloca infatti al secondo posto per saldo della bilancia commerciale estera tra i comparti tradizionali del made in Italy, con un valore di +7,2 miliardi di euro nel 2025.
Il ministro Tajani: «Preoccupato per l’andamento dei colloqui tra Iran e Usa»
«Sono molto preoccupato per l’andamento dei colloqui tra Iran e USA».
È il ministro degli Esteri Antonio Tajani a dirlo, davanti alla platea del Vinitaly. Il blitz di un giorno, prima di volare a Beirut: «Sarò lì domani, in un Paese che sta soffrendo. Speriamo che i colloqui tra Israele e Libano vadano meglio».
Ma fuori la guerra infuria e i segnali – qualsiasi venga preso in considerazione – sono pessimi.
«L’aumento dei prezzi del petrolio e del carburante, soprattutto per gli aerei, mi preoccupa, anche in chiave di export. Se non verrà riaperto il canale di Hormuz, poi, sarà difficile mantenere una quantità adeguata di fertilizzanti, perché l’Italia possa rimanere competitiva. La situazione del gas mi preoccupa meno, perché abbiamo riserve fino al prossimo inverno».
Parole da contestualizzare in un’Italia che è vocata all’export: 40% del nostro Pil, per un valore totale di 7,8 miliardi di euro. E il vino, protagonista di questi quattro giorni a Verona, è tra i fiori all’occhiello della nostra economia che piace al mondo.
E si dice preoccupato anche Adolfo Urso, ministro dello Sviluppo economico e il Made in Italy. «Assolutamente - ammette - Il fallimento del primo round negozionale non può che preoccuparci, e molto. Se lo Stretto di Homuz non verrà sbloccato, sicuramente subiremo dei problemi molto grossi e verosimilmente l'Europa potrebbe essere costretta ad affrontare una recessione. Per questo" la sua richiesta all’Ue "è necessario revocare il patto di stabilità».
E si presenta Gianmarco Mazzi, nuovo ministro del Turismo. «Assumo le redini di questo ministero da Daniela Santanchè, che ha fatto un grande lavoro» dice. «Il mio mandato durerà un anno, forse un po’ di più. Posso contare sulla vicinanza con i ministri Lollobrigida: un uomo del fare, con cui condivido l’idea di cibo come cultura; e poi Giuli, perché la cultura può essere un volano per il turismo».
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