Porto e operatori appesi tra Hormuz e Suez

Trieste, il confronto in Camera di commercio sulla crisi del Medio Oriente e le ricadute su traffici ed economia. Paoletti: «Emergenza energetica»

Diego D'Amelio

Tre anni e mezzo di pandemia, cinque di guerra russo-ucraina, due di crisi del mar Rosso, uno di dazi e qualche mese di conflitto fra Usa e Iran. Sono cinque le crisi sanitarie, politiche e commerciali che dal 2020 hanno colpito con effetti e intensità diverse il mondo, impattando con forza sui traffici e sulla dinamica dei prezzi.

Tra le conseguenze ci sono una minaccia radicale alla libertà di navigazione e la stagnazione in agguato. Sperando che le crisi geopolitiche si fermino qui e non si arrivi all’esplosione del confronto su Taiwan, che ribalterebbe definitivamente gli assetti globali per come li conosciamo. Sono molte e pressanti le questioni emerse ieri all’incontro della Camera di commercio Venezia Giulia, intitolato La nuova logistica in tempi di guerra - Focus Medio Oriente.

A fare il punto sul contesto è Antonello Fontanilli, direttore di Uniontrasporti, secondo cui «Suez, Hormuz e Panama non sono più solo passaggi obbligati della geografia marittima, ma indicatori della fragilità del commercio globale», le cui fibrillazioni si riverberano su attività dei terminal portuali, filiere produttive, costi industriali, noli, prezzo dell’energia e salvaguardia delle relazioni commerciali. Problemi che si abbattono su un paese come l’Italia, i cui scali sono già alle prese con i molti lavori di manutenzione che bloccano i traffici ferroviari e con le conseguenze della tassazione europea Ets sulle emissioni.

La navigazione negli stretti è a serio rischio. A Hormuz i transiti sono crollati del 90% nei primi quattro mesi dell’anno, passando da quasi 4.000 a poco meno di 400 al mese. Nello stretto la navigazione è ferma a causa del blocco iraniano e del controblocco americano, mentre Teheran ha istituito un’Autorità di gestione, che chiederà un’imposizione di 2 milioni di dollari per il transito di una singola nave. Nello stretto di Malacca, l’Indonesia ventila l’introduzione di un pedaggio in un corridoio fondamentale per il trasporto delle merci dal Far East verso i mercati occidentale. A Panama sono in atto cambi di gestione nei porti posti agli estremi del canale, dove si manifesta l’aperta competizione fra Cina e Usa, per mano di colossi commerciali come Ck Hutchison, Cosco, Msc, BlackRock e Maersk.

Ma per il Mediterraneo la crisi più importante è quella di Suez, dove i transiti mensili sono diminuiti dai 2.200 al mese del 2023 ai mille odierni, dopo che per due anni gli Houthi hanno attaccato le navi mercantili e ora minacciano di richiedere pedaggi da 5 milioni per passare lo stretto di Bab el-Mandeb e navigare verso Suez, dove nel corso del 2025 le portacontainer transitate sono state 1.849 contro le 5.745 del 2022.

Quel transito è stato sostituito dalla rotta africana, che aumenta però del 29% le miglia percorse da una nave partita dal Far East e incrementa di 8 giorni la percorrenza per arrivare in Europa del Nord. E questa sarà sempre più la destinazione d’approdo, perché il calo di Suez e il consolidamento del passaggio per capo di Buona speranza spingerà sempre più armatori a saltare l’ingresso nel Mediterraneo.

I volumi dei traffici per il momento reggono, ma i costi crescono. «Tocca tutti noi il costo dei carburanti», ricorda il presidente della Camera Antonio Paoletti, evidenziando come «un litro di gasolio a gennaio 2020 costava in media 1,44 euro, a gennaio 2026 prima dell’attacco Usa-Israele in Iran era oltre 1,60 euro per arrivare quasi a 2,20 euro e scendere a fine maggio a poco meno di 2 euro. Cifre che ci fanno comprendere quale aumento hanno subito i costi di trasporto colpendo indiscriminatamente imprese, cittadini e indotti. Dal gas, all’elettricità, dopo i carburanti nessun componente fondamentale della nostra quotidianità rimane indenne».

Passerà? Gli analisti non esprimono ottimismo. Per Alessia Melcangi, docente di storia contemporanea del Medio Oriente alla Sapienza di Roma, «tre giorni fa sembrava potessimo congratularci per la pace raggiunta. Ora tutto è di nuovo in discussione. Trump ha fretta di arrivare a un accordo in vista delle elezioni, mentre l’Iran ha dato prova di enorme resistenza e ha una leva negoziale come Hormuz. E continua la crisi energetica e delle catene logistiche, che vediamo nella vita quotidiana, mentre la vera questione è la trattativa sul nucleare iraniano».

La strada della pace è in salita e conferma questa sensazione anche il giornalista di guerra Fausto Biloslavo, secondo cui la «finta tregua» tra Stati Uniti e Iran «è solo una dilazione: il conflitto resta caldo sul fronte Israele-Hezbollah e il rischio sistemico più immediato è l’irrisolto stallo nello stretto di Hormuz, che impatta direttamente l’Europa attraverso energia e assicurazioni marittime. Il dossier negoziale poggia su uno scambio ad alta complessità: rinunce verificabili sul nucleare iraniano contro allentamento sanzionatorio e un percorso di de-escalation; ma restano nodi duri - sanzioni, risarcimenti di guerra, arsenale missilistico - che rendono il rinvio della guerra solo una pausa tattica. La posta in gioco è concreta: senza un accordo minimo che stabilizzi Hormuz e congeli l’escalation regionale, l’Europa esposta a shock energetici e di supply chain. Mentre si avvicina lo scoppio di una nuova crisi a Taiwan».

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