Budapest frena sul terminal: «Verifiche per l’ex Aquila»
Il nuovo governo ungherese si era detto intenzionato a realizzare velocemente la messa in sicurezza ambientale e piazzali. Ma il ministero annuncia approfondimenti sulla sostenibilità della banchina sul Canale navigabile

Il nuovo governo ungherese apre un’istruttoria sul progetto per la realizzazione di un terminal nel porto di Trieste, deciso ai tempi del premier Viktor Orbán. L’investimento da oltre 200 milioni nelle aree dell’ex raffineria Aquila sul Canale navigabile non è mai piaciuto all’opposizione, che arrivata al potere mette in standby il piano e dà l’idea di poter mettere in discussione l’intero progetto, in una fase in cui il dibattito nazionale è concentrato sulla crisi economica e la scarsità di fondi pubblici.
A riferirlo è la testata indipendente ungherese Telex, secondo cui il ministero dei Trasporti del nuovo governo di Péter Magyar ha deciso di esaminare approfonditamente lo sviluppo della pianificazione nello scalo giuliano e soltanto dopo l’indagine deciderà se e come proseguire. Rispondendo ufficialmente alla domanda del quotidiano online, lo stesso ministero conferma di star «esaminando in dettaglio la sostenibilità finanziaria, tecnica e di mercato dell’investimento; qualsiasi decisione potrà essere presa soltanto una volta conclusa questa verifica». Dalla risposta emerge inoltre che il progetto è stato trasferito dal ministero del Commercio estero a quello dei Trasporti guidato da Dávid Vitézy.
La precedente coalizione guidata dall’ultradestra di Fidesz aveva deciso nel 2018 di realizzare l’affaccio al mare dell’Ungheria a Trieste, preferendo le opportunità nel porto italiano all’investimento valutato fino ad allora nella vicina Capodistria. Nelle intenzioni di Orbán la banchina multipurpose sviluppata dalla società pubblica Adria Ports sarebbe stata finalizzata all’esportazione dei prodotti ungheresi e all’import di materie prime, oltre a fungere da ulteriore molo indipendente in un porto che vede crescere di giorno in giorno l’autostrada del mare turca.
La scelta era ricaduta sul comprensorio dell’ex Aquila, bisognoso di un importante lavoro di messa in sicurezza ambientale dei terreni inquinati. L’acquisto delle aree è costato 31 milioni, cui aggiungerne circa 200 per la costruzione del terminal, a partire dal sarcofago in calcestruzzo necessario per tombare gli idrocarburi nel terreno e realizzare così i piazzali su cui allestire magazzini e attrezzature.
Adria Ports sta operando in aree di proprietà, con la concessione demaniale di sessant’anni limitata alla sola linea di costa. Ed è proprio qui che l’Autorità portuale sta concludendo la costruzione della banchina e dell’escavo dei fondali, grazie a 45 milioni coperti dal Fondo complementare del Pnrr, cui si sono appena aggiunti altri 10 per approfondire il dragaggio. Uno stanziamento deciso a ridosso della visita del neopremier Magyar all’omologa Giorgia Meloni, durante la quale il primo ministro ungherese aveva ribadito l’assoluta convinzione a proseguire, chiedendo a Roma di ridurre i tempi delle autorizzazioni ambientali.
Ora Budapest si raffredda, ma l’ad di Adria Port, Peter Garai, rassicura: «Il nuovo governo si è trovato ad affrontare una quantità enorme di compiti dopo il suo insediamento. Il governo precedente è durato 16 anni: è naturale che sia in corso una revisione approfondita di tutti i progetti. Abbiamo già esaminato le azioni da intraprendere in merito alle prossime fasi e aspettiamo una decisione entro alcune settimane».
Ma nel frattempo balza all’occhio che, se la banchina costruita con risorse italiane è prossima alla consegna, sui 32 ettari di terreno retrostante nulla si muove, nonostante le dichiarate intenzioni di avviare il terminal entro il 2028. Adria Ports ha preferito attendere la conclusione della lunga fase preliminare di confronto con il ministero dell’Ambiente, prima di bandire la gara per la progettazione del terminal e del connesso risanamento dei terreni. Così facendo, però, si è perso un anno di lavoro tecnico e il ritardo è stato sottolineato ai vertici aziendali anche nell’ultima visita del direttore del ministero delle Infrastrutture Donato Liguori.
La gara per la progettazione sarebbe dovuta partire a inizio anno, ma le elezioni in Ungheria hanno finito per congelare la procedura. E ora arriva la doccia fredda delle verifiche in atto. A Trieste intanto la banchina da 245 metri è quasi pronta e l’Autorità portuale ha bandito la gara per la progettazione dell’allungamento a 630 metri complessivi: opera per la quale servono altri 83 milioni.
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