Webuild, esposto a Consob: si scalda la partita su Trevi

Lunedì si apre il periodo di adesione all’Ops di Icop sulla società cesenate

Maura Delle Case

 

La partita per Trevi, società romagnola attiva nel campo delle fondazioni, entra nella sua fase più calda. Lunedì 14 settembre parte infatti il periodo dell'Ops lanciata da Icop, gruppo friulano leader nell’ingegneria del sottosuolo, che ha messo nel mirino la società cesenate con l'obiettivo di costruire un grande player globale. Sul fronte opposto c’è Webuild, che a fine luglio ha rilanciato con un'Ops, in contanti, offrendo 4,50 euro per ogni azione Trevi. A differenza dell'operazione di Icop, ormai ai blocchi di partenza, l'offerta del colosso romano delle costruzioni è ancora in attesa del via libera della Consob: il documento d’offerta non è stato ancora pubblicato e non è stato quindi fissato il periodo di adesione.

A surriscaldare ulteriormente la partita, negli ultimi giorni, è stata la lettera inviata dal gruppo guidato da Pietro Salini al Governo lo scorso luglio ma rivelata dalla stampa nazionale solo negli ultimi giorni. Nella missiva, Webuild, impegnata in importanti commesse per il potenziamento della rete ferroviaria nazionale, denunciava una situazione «non più sostenibile» nei rapporti con Rfi, legata ai ritardi nei pagamenti e alle difficoltà economico-finanziarie dei cantieri in corso. Il gruppo guidato da Pietro Salini indicava in circa 800 milioni di euro i crediti scaduti e in 22 miliardi di euro i costi aggiuntivi sulle opere, di cui 13 miliardi per oneri già sostenuti.

Una notizia che ha avuto un immediato riflesso in Borsa: mercoledì il titolo Webuild ha perso quasi l’8%, scendendo a 2,012 euro, il valore più basso da luglio 2024.

Il gruppo delle costruzioni ha reagito presentando un esposto alla Consob, contestando la ricostruzione dei 22 miliardi di extracosti pubblicata da alcuni giornali e definendola falsa e fuorviante. Webuild ha precisato che quei 22 miliardi non costituiscono una richiesta di denaro al Governo, ma il valore delle somme riportate nella contabilità dei lavori. Allo stesso tempo ha confermato l'esistenza di un fabbisogno di cassa di breve periodo di circa 2,1 miliardi, legato – sottolinea la società – «esclusivamente» alla prosecuzione dei cantieri pubblici in corso.

È dentro questo intreccio tra grandi opere e rapporti con lo Stato che si inserisce anche la partita per Trevi. Webuild è oggi uno dei principali protagonisti dei grandi cantieri ferroviari nazionali e ha Cdp – controllata dal Mef – nel proprio azionariato, con una quota del 16,4%. Un socio, Cdp, che sta anche dentro Trevi. Risultato: Webuild segnala difficoltà finanziarie al Mef che partecipa la società per mezzo di Cdp che è anche socio del target dell’Opa. Uno scacchiere quanto meno insolito.

Per conquistare la società cesenate, Webuild ha messo sul tavolo 4,50 ad azione, per un valore complessivo del capitale di circa 295 milioni. Ma l’operazione ha un peso finanziario più ampio: il gruppo romano ha infatti chiesto un finanziamento fino a 500 milioni, destinato a sostenere oltre all’acquisizione anche il rifinanziamento del debito di Trevi.

Nel frattempo, in Borsa ieri Trevi ha chiuso a 4,648 euro per azione, sopra i 4,50 euro offerti da Webuild e ancor più sul valore determinato dal rapporto di scambio (0,133 azioni Icop per azione Trevi) proposto dall’azienda di Basiliano. Ai valori di ieri, l’Ops del gruppo friulano (che il cda della società nel mirino ieri ha bocciato, definendo il corrispettivo «non congruo») varrebbe 3,86 euro per azione Trevi. Quanto a Webuild, dopo il forte calo di mercoledì, ieri ha recuperato il 3,58%, chiudendo a 2,084 euro.

Icop, tuttavia, non intende inseguire il prezzo. Il gruppo friulano ha sempre pensato al progetto industriale: l’unione con Trevi porterebbe a un gruppo con oltre un miliardo di ricavi e un portafoglio ordini superiore ai 2,2 miliardi, con l’obiettivo di rafforzare la presenza internazionale nelle fondazioni speciali e nell’ingegneria del sottosuolo. Ed è proprio su questo terreno che la società di Basiliano intende giocare la sua partita. La famiglia Petrucco, che controlla il gruppo, ha chiarito di volere Trevi, ma non «a qualsiasi costo». L’offerta potrà essere eventualmente rimodulata, ma senza compromettere l’equilibrio finanziario della società friulana.

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